We miss you, Marcel!!!

Hirscher

La stagione che si è conclusa purtroppo in anticipo un paio di settimane fa causa pandemia del Covid19, è stata a dir poco entusiasmante senza dubbio ma, parimenti, è stata la prima dopo tanti anni senza Marcel Hirscher ritiratosi da Campione in carica al termine di quella precedente, e ci è mancato. Pesantemente.

Quando sei stato artefice della stesura di pagine di storia incredibili che hanno travalicato il senso dello sci alpino confinando in discorsi agonistici generali, quando ti sei guadagnato col sudore del lavoro e con la dote di un talento unico al mondo la sedia accanto ai più grandi sportivi di sempre nella sala dei GOAT dei vari sport, quando dall’alto di due titoli olimpici (combinata e slalom gigante a Pyeongchang 2018), cinque titoli iridati individuali (slalom speciale a Schladming 2013, combinata a Vail/Beaver Creek 2015, slalom gigante e slalom speciale a Sankt Moritz 2017, slalom speciale a Åre 2019) e due a squadre (gara a squadre a Schladming 2013 e a Vail/Beaver Creek 2015), tre ori iridati juniores, otto Coppe del Mondo generali consecutive e dodici di specialità (sei di slalom gigante e sei di slalom speciale), e una Coppa Europa generale puoi essere considerato tranquillamente il più grande sciatore di sempre, è assolutamente scontato e palese che l’eredità sarebbe stata pesantissima per tutti e, da un punto di vista focalizzato sull’ottica personalistica, la sua presenza sulle nevi più importanti del mondo è mancata pesantemente.

L’attesa di vedere scendere il migliore in grado di scombinare e far fallire spesso e volentieri tutti i piani di velleità di fatto di vittoria ma, soprattutto, l’opportunità di ammirare ancora e ancora la classe di un ragazzo dal talento praticamente unico in grado di scalare rapidamente tutte le gerarchie dei più grandi, è stato il tema prevalente degli ultimi 8 anni prima di quest’ultima stagione che, comunque, è stata ricca di colpi di scena ma dove non c’è stato un vero e proprio padrone in grado di seguire, almeno un minimo, le sue orme in quanto al di là dei meriti e demeriti altrui, la parole d’ordine al maschile è stata la discontinuità.

Marcel Hirscher ha sempre garantito la continuità in fatto di risultati e di forma fisica, lavorando sempre al massimo per mantenere alta quell’asticella dove lui aveva fatto solcare il limite massimo della competitività esattamente come un’onda gigantesca durante una tempesta che si infrangeva sugli scogli di un’isola, soltanto che ad infrangersi nella realtà sono stati i sogni di batterlo della stragrande maggioranza dei suoi avversari, spesso portati a scuola dalla sua incredibile forza e dai risultati in sequenza ottenuti con la stessa fame di sempre, stagione dopo stagione, metro dopo metro, traguardo dopo traguardo.

Ha segnato un’intera generazione ed ha plasmato i libri di storia gara dopo gara andando a sconfinare oltre ogni orizzonte possibilmente anche solo immaginabile agli albori di una storia, la sua, ricca di glorie ed onori; atleti come lui non ne passano spesso e, se ha smesso, allora sicuramente sarà stato il momento più opportuno perché avrà sicuramente riconosciuto di essere arrivato all’istante in cui era giusto mettere la parola fine di un best seller che ha emozionato milioni di appassionati in tutto il mondo: Marcel ci manca sulle piste, e per un accanito lettore è sempre difficile distaccarsi da una storia che ha appassionato per tanti anni, ma bisogna anche essere pronti al finale, d’altronde come qualcuno disse al cinema qualche tempo fa, “la fine è parte del viaggio”, e occorre rassegnarsi anche al finale, quest’ultimo sempre difficile da azzeccare, ma griffato da King Marcel nel modo che lui ha sempre preferito quando era in attività, ossia da Campione. Da Fuoriclasse vero.

Ultimamente, prima dei vari lockdown, lo avevamo visto tramite i social alle prese con una serie di escursioni alpinistiche personali riassaggiando quel bianco che lo ha reso grande e al quale lui ha dato una magia unica che nessun altro aveva mai posseduto, ma chissà se un giorno deciderà di cambiare idea tornando alle vecchie passioni di un tempo distaccando quegli sci dai chiodi appesi oramai quasi un anno fa… Ma nel frattempo continuiamo a rendere onore al Mito che è ringraziandolo per le emozioni vissute che han portato noi a sognare, e lui e consacrarlo come miglior sciatore di ogni tempo.

Danke Marcel.

Anna Veith, la guerriera austriaca sempre in prima linea

Photocredits: Manfred Werner / Tsui

All’interno del mondo dello sport ci sono degli atleti i quali, al di là del tempo che passa, aldilà dei notevoli infortuni patiti, al di là di ogni cosa, rimangono sempre in prima linea per amore della propria passione e della professione che, col tempo, hanno modellato a loro immagine e somiglianza in ordine di grandezza per farla entrare nell’appendice più prestigiosa del libro dello sport mondiale, raccontandoci delle storie meravigliose.

La storia che ci menziona Anna Veith, è di quelle dolci e speciali, la storia di una atleta straordinaria che ha saputo resistere al massimo contro molte sfortune fisiche che le sono occorse nell’arco della sua carriera, e che ha sempre fatto emozionare tanti, forse tutti coloro che l’hanno sempre ammirata e vista all’opera in ogni start dai cancelletti che ci hanno sempre menzionato un po’ di tutti coloro che hanno intrapreso lo sci alpino; non importa se hai vinto praticamente tutto quasi quello che c’era da vincere, non importa se gli anni passano e magari lo smalto non è più quello di una volta, non importa se il tuo corpo è stato segnato da tanti infortuni, ciò che importa è che se hai la forza mentale che possiede questa ragazza qui, puoi andare sempre lontano e puoi coltivare prima nel cuore e poi nei tuoi muscoli, quelle certezze che ti sussurrano sempre che c’è ancora margine per sognare, per fermare il tempo, per scrivere la storia e, perché no, che il meglio magari debba ancora venire.

La splendida Anna è sempre rimasta fedele alla sua passione, dal momento soprattutto del suo approdo definitivo nel pianeta dell’elite internazionale dello sci alpino soprattutto in quei fantastici anni del 2014 e del 2015 quando ancora gareggiava col cognome da celibe, Fenninger, che l’hanno vista laurearsi campionessa Olimpica, iridata, e due volte in overall di Coppa del Mondo più relative specialità, degli anni magici che hanno messo in risalto la sua grandezza soprattutto nella sua polivalenza all’interno delle varie discipline e, soprattutto la sua enorme determinazione con una tecnica spaventosa degna delle più grandi altre del mondo in fatto di classe ed estetica nel gesto sportivo.

In queste ultime settimane abbiamo assistito alla ritiro di tante atlete anche piuttosto giovani dal punto di vista della carta d’identità, Anna Veith l’anno prossimo inveve sarà ancora lì, pronta a dare battaglia calandosi la sua visiera dall’alto del suo casco con il disegno a macchia di leopardo volta a determinare e ad evidenziare ancora una volta la guerriera che ancora è con la fame che ha sempre contraddistinto le atlete come lei, che non mollano mai, e che sono capaci non soltanto a griffare la storia ma di affrontarla ancora e ancora cercando di segnare il top sempre di più senza arrendersi mai e con la voglia di vincere: tante parole in un articolo che potevano essere racchiuse anche in poche e semplici in quanto, alle volte, per determinare qualcuno o qualcosa bastano un nome e un cognome e la storia si inchina togliendosi il cappello: Anna Veith.

Il mito femminile dello sci alpino: Annemarie Moser-Pröll

Quando pensiamo a campionesse contemporanee del calibro di Julia Mancuso, Lindsay vonn, Mikaela Shiffrin tanto per citarne tre tra l’altro tutte a stelle e strisce, cominciamo a incantarci al solo pensare delle imprese sportive che han posto in essere vista la magnificenza che han sempre messo nell’ambito delle loro prestazioni; andando però più indietro nel tempo, il punto di riferimento femminile per lo sci alpino è stata una sciatrice assolutamente formidabile che è a cavallo degli anni 70 che è riuscita a conquistare tutto quello che c’era da vincere scrivendo pagine indelebili nello sport invernale: parliamo naturalmente di Annemarie Moser-Pröll.

Questa atleta austriaca aveva una capacità di lettura nelle sue gare praticamente unica al mondo. La freddezza con la quale riusciva a trovare l’exploit nelle sue prestazioni lasciava senza fiato chiunque, tanto che l’appellativo di “Signora dello sci” glielo si venne ad attribuire senza alcun tipo di problema in pochissimo tempo dai suoi esordi.Annemarie fece parte di una generazione che in voce polivalenza ha sempre avuto una parte enorme nella specialità dello sci alpino: sebbene lei fosse agile in tutte le specialità, era proprio la discesa che la emozionava e riusciva a farle esaltare tutte le sue doti: scendeva giù con una cattiveria e una determinazione tale da mangiarsi ogni mm di neve che scorreva sotto i suoi sci, le 36 salite sul gradino più alto del podio in 62 podi sono state autentica sinfonia sportiva di “Beethoveniana” memoria: un missile battente bandiera austriaca che ha incantato l’intero globo, quel globo che fece sue molte volte sotto forma di cristallo dove poteva rispecchiare la soddisfazione presente nel profondo del suo intenso sguardo, dopo un’altra vittoria che andava a confermare la sua immensa grandezza.

Nella sua carriera colleziona anche il titolo olimpico in discesa libera ai Giochi di Lake Placid nel 1980, una soddisfazione enorme che andò a completare definitivamente una carriera strepitosa che già vantava ben quattro titoli ai Campionati del Mondo nella combinata a Sapporo 1972, nella discesa libera a Sankt Moritz 1974, nella discesa libera e nella combinata a Garmisch-Partenkirchen 1978, e una straordinaria sequenza nel circuito intercontinentale nel circo bianco con ben sei Coppe del Mondo generali e dieci di specialità, per una totalità 113 podi e 62 vittorie in Coppa del Mondo in tutte le specialità allora previste per lo sci alpino.

Laddove inizia una Leggenda, c’è sempre dietro un poster di emozioni che a chiunque ammiriamo oggi e che menzioniamo come Campione ha forgiato la sua voglia di emergere con le sue qualità: si chiama storia e passione, e Annemarie Moser-Pröll è una parte importante di questa tanto che può vantarsi di esser per sempre, uno dei pilastri più solidi della storia dello sport in generale.

Pirmin Zurbriggen, la scheggia elvetica

Velocità. Quando si parla di sci alpino è un fattore abbastanza comune visto che è il cardine fondamentale sul quale si fonda l’intera disciplina a prescindere dalle specialità, ma Pirmin Zurbriggen è stato davvero un atleta estremamente veloce oltre che straordinario.

Quando pensi a Zurbriggen ti viene immediatamente il risalto il fattore veloce perché tra i vari medagliati alpini, lui è stato tra i migliori di sempre ad utilizzare la stessa nella condizione di eccellenza. È stato davvero un fulmine. La sua tecnica era talmente eccelsa che lo ha portato lontano nell’esercizio del suo mestiere andando a conquistare un titolo ai Giochi Olimpici, ben quattro Campionati del Mondo, e un quattro che ritorna preponderante in quanto in sede di overall per il circuito intercontinentale di Coppa del Mondo dove vanno annoverate anche ben nove di specialità.

Qualche giorno fa abbiamo scritto di polivalenza menzionando la straordinaria carriera di Marc Girardelli, suo autentico rivale in quel fantastico sci alpino made anni 80, ecco Zurbriggen è stato un altro che è riuscito a fare altrettanto spaziando dal super-g allo slalom, dal super-g al gigante, con una tecnica infinita e un classe che gli ha permesso di andare lontano essendo menzionato tra i più grandi atleti di sempre.

Cordiale e gentile anche fuori dalle piste, con i suoi occhi azzurri riusciva a focalizzare la sua attenzione sempre scendendo al massimo delle sue possibilità incantando le platee di ogni pista internazionale dando vita ad uno spettacolo unico grazie appunto alle sue doti che gli permettevano di essere al 100% praticamente in ogni cara; non aveva paura, non aveva mai timore, ed era sempre presente quel fattore di cui abbiamo appena parlato ad inizio articolo, la velocità.

Joe Vitale una volta scrisse che “l’universo ama la velocità. Appena avete un’intuizione, agite. Dentro di voi sapete che volete fare qualcosa. Può essere iniziare un’attività, mettere in piedi un servizio, scrivere un libro, può essere qualunque cosa, ma una cosa tutta vostra.”; l’universo di Zurbriggen è stato pieno di velocità e allo stesso tempo di un classe infinita e di trofei, come poche volte se ne vedono nel corso della storia.

Lui è stato un fiero esponente di questo mix vincente e l’albo d’oro, da par suo, è decisamente felice di annoverare nel suo interno il nome di uno dei più grandi sportivi di ogni epoca.

Nel nome del Campione: Marc Girardelli

Nella storia infinita dello sci alpino, ci sono dei nomi che sono andati ben al di là dallo svolgimento dell’attività di scriventi in sede di albi d’oro in quanto, fortissimamente, sono andati altresì al segnare delle vere e proprie epoche sportive facendo sognare milioni di appassionati andando ad infiammare le competizioni dando vita ad uno spettacolo unico tra rivalità e talenti sopraffini: Marc Girardelli è stato uno di questi.

Il buon Marc, nativo di Lustenau in Austria ha sempre gareggiato però dopo i 13 anni compiuti sotto la bandiera lussemburghese dando al piccolo stato europeo le soddisfazioni più grandi che ci potevano essere sulla neve; Girardelli è stato un simbolo immenso tra le nevi e tra i più polivalenti di ogni epoca: la sua elasticità, la sua forza, gli ha permesso di essere uno dei pochi atleti nella storia a vincere in ogni segmento di gara alpina prevista dal calendario, il primo a riuscirci nell’arco di una stagione tra il 1988 e il 1989.

Se provassimo a chiudere gli occhi e provassimo a ritornare indietro nel tempo, riscopriremmo di certo un’epoca meno tecnologica ma dove la poesia del gesto atletico era il connettore principale per tutti i principali appassionati sportivi, non soltanto invernali, e quello di Girardelli era l’esemplificazione della perfezione di un paio di sci agganciati ai piedi: la rivalità con Zurbriggen, la sua forza mentale, la sua capacità di essere un vero e proprio innovatore nel suo mestiere con una tempra praticamente unica al mondo: una miriade di infortuni che non hanno mai minato le sue certezze basate su un lavoro perfetto come dei fiori di loto nel lontano Sol Levante e su una capacità di autocontrollo rara al giorno d’oggi: sapeva sempre tirare fuori il coniglio dal cilindro quando tutto sembrava difficile da raggiungere, sapeva sorprendere oltre che incantare, elemento comune alle perle sportive.

Avete presente quando vi propinano la frase, “si cade per imparare a rimettersi in piedi”? Beh questa è la vita sportiva di un campione enorme come Girardelli, che è caduto più volta e si è rialzato praticamente vincendo quasi tutto quello che c’era da vincere. Un simbolo, un monumento che limitare allo sci alpino sarebbe anche offensivo oltre che riduttivo.

Un talento incredibile che gli ha consentito di crescere anno dopo anno con allenamenti intensi e potenti che lo hanno relegato nella vetta delle cinque sfere di cristallo overall, prima di Re Marcel Hirscher nessuno è stato come lui, sei coppe di specialità che portano la firma in discesa libera nel 1989 e nel 1994, in slalom gigante nel 1985, nei paletti stretti di slalom speciale nel 1984, nel 1985 e nel 1991, nonché vincitore della classifica di combinata per ben quattro volte (Sebbene non premiato da trofeo) nel 1989, nel 1991, nel 1993 e nel 1995 per un totale di 46 vittorie in 100 podi complessivi: un palmares impressionante all’interno del circuito intercontinentale.

Senza dimenticare i quattro campionati del mondo in quattro iridi differenti, precisamente nella combinata a Crans-Montana 1987, Vail 1989 e Sierra Nevada 1996 e nello slalom speciale a Saalbach 1991; arrivò anche a sfiorare i titoli olimpici, che non arrivarono mai in quanto si dovette accontentare di due argenti ai Giochi di Albertville nel 1992 in super-g e slalom.

I numeri da soli non raccontano la grandezza dei grandi Campioni, come Marc, ma sono i testimoni più fieri di ciò che ha realizzato nel corso di una carriera dove, le montagne più prestigiose di tutto il pianeta, hanno accolto con naturalezza la magnificenza di un atleta come questo che ha reso decisamente migliore e unica la storia dello sci alpino.

Chapeau.

Johanna Schnarf lascia lo sci alpino

Photocredit: Stefan Brending / Lizenz: Creative Commons CC-BY-SA-3.0 de

Altro ritiro eccellente nell’ambito dello sci alpino: anche l’azzurra Johanna Schnarf, a 35 primavere e dopo parecchi infortuni ha deciso di appendere gli sci al chiodo e terminare così la sua carriera agonistica. Johanna per tanto tempo è stata un punto di riferimento all’interno della Nazionale azzurra femminile dall’alto della sua esperienza, attraverso una lunghissima carriera con più di 16 anni nel massimo circuito intercontinentale nelle specialità veloci.

Johanna, nativa di Bressanone, vanta due podi in Coppa del Mondo conquistata in discesa libera a Crans Montana nel 2010 e in super-g Cortina d’Ampezzo nel 2018; è mancata sempre la zampata finale quasi sempre per un soffio, ma Johanna ha dimostrata sempre di essere sul pezzo grazie ad una grandissima tecnica e a un talento sopraffino cercando sempre il risultato migliore in ogni condizione. Ricordiamo anche la belle vittoria datata 2006 in Coppa Europa in discesa libera ad Haus che permise all’atleta azzurra di salire sul gradino più alto del podio per la prima volta in carriera.

Come dimenticare la sua meravigliosa prestazione agli ultimi Giochi Olimpici di PyeongChang nel 2018 quando, nella gara di super-g, chiuse in quinta posizione sfiorando un’oro che sarebbe stato a dir poco leggendario per soli 16 centesimi da una gara pazzesca portata a casa da Ester Ledecká chiudendo in quarta posizione ai piedi del podio che distava soltanto 5 centesimi.

Come detto tanti infortuni che poi, alla lunga, hanno pesato per classe 1984 altoatesina che di fatto ha annunciato il suo ritiro come detto e che di fatto non sarà al cancelletto di partenza la stagione che verrà. Discesa Libera fa i più grandi in bocca al lupo alla splendida Johanna per la sua vita post-sci ringraziandola per tutte le emozioni e prestazioni che ha sempre fatto con la casacca azzurra.

Corinne Suter: la regina della velocità alpina 2019/20

Foto: Stefan Brending / Lizenz: Creative Commons CC-BY-SA-3.0 de

Cinque stelle extra-lusso e 110 e lode con tanto di bacio accademico: questo in buona sintesi il giudizio emergente nella stagione appena conclusasi purtroppo, come sappiamo in anticipo causa Covid-19, in voce corrispondente alle prestazioni di Corinne Suter.

La bella atleta elvetica classe 1994, ha saputo tirar fuori il meglio di se stessa timbrando puntualmente il suo appuntamento con il salto di qualità in una stagione che non soltanto l’ha vista finalmente protagonista con il gradino più alto del podio, ma che le ha dato la possibilità di portarsi a casa anche trofei di rilevanza di primo livello: due sono state le vittorie che le han dato la possibilità di affacciarsi sul balcone dell’élite dello sci internazionale, quella Altenmarkt-Zauchensee l’11 gennaio 2020 in discesa libera, e quella in super-g a Garmisch il 9 di febbraio; in mezzo tante belle prestazioni e una battaglia serratissima con Federica Brignone per la conquista delle sfere di cristallo di specialità, coppa che sono andata alla nativa di Svitto entrambe con quella di discesa davanti alla campionessa olimpica di super-g Ledecká con 155 punti di margine, e l’altra di super-g con soli 19 davanti alla nostra fuoriclasse valdostana che, a fine stagione, ha scritto una indelebile pagina di storia andandosi a prendere la Coppa del Mondo overall, una classifica generale che ha visto Suter chiudere ai margini del podio definitivo, in quarta posizione dietro Brignone, Vlhová, e Shiffrin, ma che fa segnare comunque il miglior risultato in carriera.

Una ragazza perennemente sorridente ma con un talento e un fuoco dentro innato, che già in passato aveva dato prova delle sue qualità con due titoli mondiali juniores sempre nelle due specialità veloci, e una spinta ulteriore vista nell’ultima rassegna iridata ad Åre nel 2019 quando sfiorò la vittoria in discesa libera prendendosi l’argento, e il bronzo in super-g.

Colori elvetici che finalmente possono tornare a sorridere aggiungendo al loro scacchiere un’altra top player di assoluta qualità da aggiungere già ad una pattuglia ben fornita come Holdener e Gut-Behrami dove, considerando anche l’età ancora giovanissima, può sicuramente ben sperare in prospettiva con dei margini miglioramento enormi da parte di una atleta che sicuramente ha già fatto la voce grossa nel presente e che, per il domani, ha lanciato un serio monito alle avversarie.

La stagione magica dell’Italia alpina, porta la firma anche di Marta Bassino

Tra le liete notizie che questa trionfale stagione di sci alpino al femminile ci ha regalato, indubbiamente l’esplosione e la conseguente collocazione nell’elite del circo bianco da parte di Marta Bassino rappresenta indubbiamente una parte da leone.

Sin dall’inizio delle competizioni, si è visto immediatamente il cambio di passo della sciatrice piemontese volta, con determinazione, ad alzare sempre più l’asticella alla ricerca della miglioria delle proprie performance: a partire trionfo nel gigante di Killington il 30 scorso, le prestazioni son andate di pari passo con il crescendo della fiducia e con il duro lavoro dalla stessa posto in essere per affinare una tecnica elegante che già portava in dote; prestazioni a dir poco di livello impeccabile che l’han vista salire sul podio nel parallelo al terzo posto in casa al Sestriere e, soprattutto, nella trasferta a Bansko in terra bulgara per ben due volte in due giorni consecutivi, attraverso i secondi posti ottenuti rispettivamente in discesa libera e in super-g dimostrando anche la sua polivalenza sia sul tecnico che sul veloce, dei risultati straordinari che le valgono il primato di prima sciatrice italiana in grado di salire sul podio in cinque diverse specialità oltre che la soddisfazione di aver chiuso al quinto posto in classifica generale.

Ci sono dei momenti all’interno della carriera di un atleta, in cui avviene il passaggio da promessa a certezza, un meraviglioso sbocciare delle proprie qualità che ti lasciano la sensazione di poter andare sempre oltre e cercare sempre di ottenere il realizzarsi dei sogni che sin da piccolo ti sei prefissato e che cerchi sempre di ottenere con il duro lavoro che, alla fine, finisce sempre per ripagarti: è successo questo a Marta Bassino, non si è mai arresa e quest’anno è riuscita a trovare quel piglio giusto che ha messo in risalto una parte delle sue qualità.

Già, soltanto una parte, perché considerando la sua giovane età e i suoi incredibili margini di miglioramento, la piemontese di Borgo San Dalmazzo ha tutte le carte in regola nei prossimi anni per fare la voce grossa e diventare una autentica competitor per le parti altissime delle classifiche che contano: se questo è stato l’anno della certezza, il prossimo può essere senza dubbio quello della definitiva consacrazione.

Conoscendo l’assoluta serietà di questa meravigliosa atleta e la passione che ci mette nel suo lavoro, si può iniziare a dire con tranquillità e assoluta serenità pur rimanendo certo con i piedi per terra, che per Marta e tutti noi, il futuro è davvero adesso.

Sci alpino: il ritiro di Nina Haver-Löseth e di Tina Weirather che lasciano le competizioni alpine

Lo sci alpino la prossima stagione sarà decisamente meno ricco di talento, in quel del femminile: sono di questi giorni gli annunci ufficiali dei ritiri dalle competizioni agonistiche da parte di Nina Haver-Löseth e di Tina Weirather.

Annunci a sorpresa per le sciatrici rispettivamente battenti bandiera della Norvegia e del Liechtenstain che attraverso i loro profili social decidono di dar notizia della loro appesa degli sci al chiodo dopo carriere ricche di soddisfazioni.

La prima ad annunciare è stata Nina Haver-Löseth, specialista in tecnico, che dopo l’infortunio patito lo scorso anno era in questa stagione ritornata alle competizioni agonistiche con un ottimo stato di forma arrivando a concludere le sue performance molte volte tra le primissime posizioni nelle graduatorie; ricca di talento e di scorrevolezza, la bella Nina conclude la sua storia d’amore con il circo bianco con due trionfi nel circuito di Coppa del Mondo, uno in slalom speciale a Santa Caterina Valfurva in terra italiana, un’Italia a lei vicina dove ha celebrato le sue nozze, e l’altro in slalom parallelo a Stoccolma, cui bisogna aggiungere il bronzo olimpico nella gara a squadre agli ultimi Giochi Olimpici a PyeongChang nel 2018.

Mercoledì scorso invece è stata la velocità Tina a dire stop alla sua carriera a soli 30 primavere collezionate in sede di carta d’identità: Tina Weirather negli ultimi è stata una delle atlete più talentuose in discesa libera e in supergigante con un palmares di assoluto prestigio che ci racconta di ben 9 vittorie (1 in discesa libera, 7 in supergigante, 1 in slalom gigante) in Coppa del Mondo, un circuito internazionale che l’ha vista prevalere sulle sue avversarie nella classifica di super-g per due volte di fila nel 2017 e nel 2018 portandosi a casa due sfere di cristallo prestigiosissime: veloce, agile, ed estremamente tecnica, Weirather ha saputo fare la voce grossa anche in ottica olimpica con il bronzo nel super-g a PyongChang nel 2018, e in sede iridata con l’argento sempre nella stessa specialità ai Campionati del Mondo di Sankt Moritz nel 2017.

Due atlete molto brave che dicono basta alla loro attività, sempre disponibili e con il sorriso che le hanno sempre accompagnate nelle gare e che sicuramente, a tutti noi, mancheranno per ciò che hanno realizzato in pista e fuori.

Discesa Libera fa un grande in bocca al lupo ad entrambe.

Stina Nilsson lascia il fondo e passa al Biathlon

Photocredits: Steffen Prößdorf

Stina Nilsson non lascia, anzi, raddoppia: agli sci decide di affiancare la carabina ed approdare, quindi di conseguenza, all’interno del mondo del biathlon dicendo addio ai percorsi dei fondisti.

Una notizia che arriva a sorpresa tramite i suoi canali social dove afferma chiaramente che l’idea che aveva, come progetto per il futuro, era quella di continuare a gareggiare nel fondo per altri due anni sino ai prossimi Giochi Olimpici per poi appendere gli sci al muro, tuttavia il recente l’infortunio le ha regalato tempo per meditare su a questa importante decisione per la sua vita agonistica, e il richiamo e il fascino che ha sempre avuto per il tiro alla fine hanno avuto il sopravvento.

Stina Nilsson quindi che approda nel circuito femminile biathleta dominato da due anni a questa parte da una sontuosa Dorothea Wierer e che, pur dovendo naturalmente imparare molte cose come lei stessa ha affermato in ottica di tiro, si presenta con un palmares vincente ottemperato in quel dello sci di fondo con la classe 1993 nativa di Malung contente il titolo olimpico nella sprint a PyeongChang nel 2018, i due titoli iridati conquistati nella sprint a squadre e nella staffetta entrambe a Seefeld in Tirol ai Mondiali del 2019, un 2019 che le ha regalato anche la Coppa del Mondo di sci di fondo di specialità sprint all’interno di un circuito internazionale che l’ha vista salire sul gradino più alto del podio 15 volte (12 individuali, 3 a squadre) per una totalità di 31 podi complessivi.

Biathlon quindi che si appresta ad accogliere un’altra luce incredibilmente potente nel panorama sciistico mondiale e che accresce, ancora di più, la pattuglia di campionesse al via la prossima stagione per le atlete con la carabina in spalla, con una Stina Nilsson nelle vesti di matricola al tiro, ma con una qualità assolutamente come poche dall’alto della grandezza delle sue prestazioni sugli sci.