Il ricordo di un pilota buono e perbene: Roland Ratzenberger

“La memoria è il diario che ciascuno di noi porta sempre con sé.” (O. Wilde)

Roland Ratzenberger

Vivere sul filo della passione lungo il circuito del sogno al fine di arrivare nel punto più alto possibile.

Quante volte abbiamo inserito questa frase nel contesto sportivo in modo da identificare la voglia di un atleta di migliorarsi giorno dopo giorno realizzando ciò che ama più al mondo? Tante volte. Alle volte talmente troppe che si corre il rischio di cadere nella monotonia. E’ anche retorico comporre quesiti di questo tipo.

Nelle storie come queste alle volte c’è il lieto fine, alle volte purtroppo no perché il destino o chi per lui mette la parole fine al romanzo della propria passione una maniera beffarda e tragica e questo, soprattutto nell’ambito motoristico del passato, è stato spesso l’epilogo di molte storie.

Oggi si parla di un uomo perbene che, al momento del suo arrivo in F1 dopo una vita a sognare l’arrivo in questa categoria, ha visto la sua esistenza spezzarsi inesorabilmente in quel maledetto fine settimana di Imola di 24 primavere fa.

Un uomo semplice, Roland Ratzenberger, ma determinato al punto di non arrendersi mai anche a 34 anni all’obiettivo di approdare nella categoria regina dell’ambito motoristico a 4 ruote, la Formula 1.

Una carriera che sin lì era stata contraddistinta dall’endurance con la partecipazione a ben cinque 24 ore di Le Mans, dalle formule nipponiche, e da altre categorie dove era riuscito a mettersi in evidenza sino a meritare la chiamata dalla Simtek nel 1994 per il primo Campionato del Mondo di F1 della sua vita.

Ed è stato proprio nel suo personale apice di Roland che avvenne il più tragico degli eventi nel corso delle qualifiche del Gran Premio di San Marino ad Imola il 30 aprile del 1994 quando, dopo l’ingresso alla curva intitolata a Gilles Villeneuve, l’alettone anteriore della sua monoposto si va a staccare facendo perdere al pilota olandese il controllo della stessa per terminare la sua corsa contro un muro a più di 310 km/h; il povero Ratzenberger spirò dopo pochi minuti all’arrivo all’Ospedale Maggiore di Bologna a causa della frattura cranica rendendo inutili i tentativi di rianimarlo. Troppo grave l’incidente.

Di storie di piloti che han perso la vita nel corso della loro passione, soprattutto in passato quando le misure di sicurezza non erano al livello attuale ne abbiamo sentite purtroppo tantissime ma, quella di Roland in particolare in quel surreale weekend dove morì anche Ayrton Senna (Ne parleremo ovviamente domani del campione brasiliano) e rischiò tantissimo anche Rubens Barrichello, tocca davvero il cuore.

Tocca il cuore perché sai che arrivi dove hai sempre sognato e proprio sul più bello, ciò che volevi più al mondo ti tradisce e ti fa perdere tutto. Roland è stata una persona estremamente positiva; chi lo ha conosciuto e chi ha avuto modo di apprezzarlo durante tutta la sua carriera non solo in F1 può confermare il tutto perché ha sempre vissuto al massimo il suo mestiere cercando di raccogliere sempre il massimo di ciò che aveva seminato. Sempre.

Con umiltà. Con determinazione. Senza lasciarsi abbattere mai anche quando magari ci si aspettava risultati migliori. Un esempio, un modo di lavorare raro oramai nella proprietà di questo mondo.

Non ha mai mollato e ci ha messo nella sua voglia quel pizzico di spensieratezza che dovrebbe sempre contraddistinguere la vita di ognuno di noi in qualsiasi vicissitudine che andiamo ad affrontare. Con calma, giorno dopo giorno, passo dopo passo.

La cosa che dispiace maggiormente è che, la scomparsa di piloti come Roland forse perché non hanno avuto una parte da estremi protagonisti nel corso della loro vita motoristica a differenza di tanti indimenticati ed indimenticabili campioni leggendari, sia finita nel dimenticatoio.

E’ molto facile ricordare i successi e i trionfi, ma non bisogna mai scordare che le vare gare si realizzano soprattutto nelle zone arretrate, nelle bagarre più spietate dove i piloti con le loro vetture lottano per prendere una posizione, soprattutto in epoca passata dove magari le differenze tra le zone più arretrate erano minori. E il tutto può benissimo confermarlo qualunque plurititolato di qualsiasi categoria.

Peccato non reperire tantissimo materiale su Roland, perché la gente avrebbe modo di prendere contatto con un pilota notevole, di grande spessore tecnico in grado di capire il funzionamento della vettura e di dare una grandissima mano al set-up della stessa per migliorarla e farla progredire. Dote non da tutti.

Lotte infinite, emozionanti, che spesso finiscono nel modo più tragico. Ed è ancora più triste pensare che, più il tempo passa, più non ci si ricordi di essi.

Ma ci sono delle eccezioni, perché il talento e la considerazione di aver fatto solo del bene nel corso della propria vita (E carriera naturalmente), sono i fatti più importanti che non possono essere messi in discussione in quanto griffati all’interno della storia con un inchiostro indelebile. Che non passa e non passerà mai.

Esattamente come il dolore della morte.

Oggi sono 24 anni, ma da queste parti non dimentica nessuno.

Un pensiero estremamente commosso, per Roland Ratzenberger.

The Chosen One: LeBron James

“Non la forza, bensì la perseveranza di un alto sentimento fa gli uomini superiori.” (Nietzsche)

LeBron

Partiamo dalle certezze: è indiscutibile e l’atleta più forte attualmente presente sull’intera faccia della terra.

Mettiamogli il carico: è assolutamente talmente forte che sta cominciando a far vacillare oramai da un pò di anni mostri sacri del basket statunitense.

Concludiamo l’ambito iniziale: LeBron James è un qualcosa di unico tale da far emozionare qualunque cosa.

Non c’è franchigia d’appartenenza o vari colori a sostegno che tengano: veder giocare un giocatore del genere è un qualcosa che esula da ogni cosa; ti fa innamorare, e anche se per “qualche” ragione arrivi ad odiarlo ti prende una sorta di sindrome di Stoccolma che ti porta a sostenerlo al di là di tutto.

E’ dominante, non c’è una parte di lui che non vada a dominare in un parquet, e quando c’è qualche traccia di qualche passaggio è vuota è una notizia talmente grossa che merita l’edizione straordinaria in un qualsiasi network.

Dal punto di vista visivo è ammaliante perché ti dà non la sensazione bensì la certezza che se c’è un limite lui lo punta per attraversarlo prima e superarlo poi. E’ Ayrton Senna su un campo da basket. 

Ti punta, ti supera, ti ubriaca con velocità, e avvelena il risultato come un grosso serpente del deserto non lasciando scampo alle sue prede. Nella sua carriera è stato odiato e criticato, anche dalla sua gente quando arrivò ad andar via da Cleveland per andare a Miami; poi dopo aver vinto a South Beach è tornato a casa, dalla sua gente che lo ha accolto nuovamente come un figlio. Un figlio che ha dato riconoscenza a coloro che lo amano dandogli la possibilità di gioire portando per la prima volta due anni fa la vittoria in Ohio.

Cosa c’è di più puro in un gesto sportivo da lui realizzato? Probabilmente nulla. Un guerriero, un leader assoluto che prenderebbe per mano qualsiasi cosa realizzando ogni roba per cercare di portarla in vetta sino alla vittoria.

Il basket il suo lavoro, l’allenamento e la preparazione nei dettagli la sua religione: una religione che l’ha portato lontano e che sta continuando a farlo migliorare stupendo ogni giorno il mondo sul suo palcoscenico più grande, quello dell’NBA.

Quando si parla di questi campioni è difficile anche ricercare non solo le parole bensì ma anche le tematiche di discussione perché la quantità di episodi che collezionano nella loro personale carriera è talmente ampia che risulterebbe sia errato che banale riservarsi a solo pochi di essi.

Sono personaggi unici, enciclopedici, talmente segnanti epocalmente parlando che riusciranno le loro gesta a sopravvivere all’usura del tempo perché la storia è griffata con un inchiostro tra i più pesanti e tra i più indelebili che esistano: quello della vittoria e del lavoro di squadra attraverso la più personale delle interpretazioni collocabile nella voce della leggendarietà. 

Gurdate che ha fatto ieri, in gara 5 a Clevalend sullo scadere: prima uno stop su un canestro certo di Oladipo per i Pacers (Al limite probabilmente del fallo e forse anche oltre…) e poi, sull’azione successiva a meno di un secondo dalla fine, Green su rimessa serve lui che, con uno step-back da 3 infila il canestro e regala match e mezza qualificazione alle semi di Conference ai Cavaliers.

Quando pensi di averne viste già abbastanza dal più grande, ogni volta ti stupisci perché riesce a spostare ancor di più l’asticella del limite. Prima si è menzionato Ayrton Senna il quale, a Montecarlo nel 1988, realizzando probabilmente la pole position più bella di sempre, disse intervistato dai cronisti nel post qualifica: “avevo già la pole, ma continuavo a girare. Andavo, andavo, e improvvisamente ero circa 2 secondi più veloce di chiunque altro. Era come se stessi guidando solo d’istinto. Ero in un’altra dimensione, in una sorta di tunnel, ben oltre la mia comprensione e coscienza.”;

il tutto sembra essere abbastanza attuale e soprattutto applicabile in questo contesto: LeBron James sembra davvero non avere limiti, e può ancora scrivere discrete pagine di storia considerando l’amore che ha per questo sport e la passione che coltiva da quando era bambino. Lo stesso talento, la stessa voglia di mordere la vittoria.

D’altronde come disse “The GOAT” M.J., “i limiti come le paure sono spesso soltanto un’illusione”: quest’aforisma è storia e quest’ultima, si sta evolvendo parola per parole attraverso le gesta di un ragazzo privo di paura ma ricco di valori tecnici e non solo.

The Chosen One.

Il Prescelto.

Simply, LBJ.

C’è stato un tempo in cui correva Michele Alboreto

18 anni fa se ne andava il pilota milanese in un tragico incidente a Klettwitz

Alboreto

C’è stato un tempo in cui guidare era paragonabile a volare nel più celestiale dei sogni.

Con i rumori dei propulsori anni 80 che tanto facevano sognare tifosi ed appassionati come se stessero suonando delle sinfonie sotto rivestimento sportivo di autentici compositori del passato più lontano.

Autentico, come il talento dei protagonisti in pista, spesso sfortunati, ma che hanno reso grande non solo lo sport ma la memoria di tanta gente che si era affezionati a questi piccoli grandi uomini a bordo di telai su 4 ruote con un solo posto.

Tempi lontani, quasi pionieristici, dove la differenza vera la faceva il “manico” del pilota più che una vettura all’epoca priva di elettronica varia e riempita sino all’orlo del talento di chi riusciva a governarla, a domarla.

Tempi in cui c’era un ragazzo italiano, classe 1956 nativo di Milano, che con la più pura e adrenalinica passione per le gare non si è mai tirato indietro a nessuna sfida. A nessuna curva, a nessun confronto.

Una passione che, purtroppo, ce lo ha portato via fin troppo presto facendo quello che più amava realizzare, ossia costruire sogni e successi. Un campione d’altri tempi che non si è limitato solo ad analizzare il mondo delle corse ma a studiarlo anche al limite della filosofia inglobandola totalmente nel profondo del suo animo.

Uno che una volta disse che “bisogna approfittare di ogni occasione, perché non sappiamo se ci sarà un’altra possibilità” facendo di questo aforisma un mantra della sua professione e della sua immensa classe tanto lucente quanto rara al giorno d’oggi.

Tempi in cui mettevi la tuta, il casco, entravi in abitacolo e partivi. Sognavi. Senza tanti fronzoli senza tante chissà quali tattiche, senza molti calcoli… A parte quello di spingere al massimo i brividi lungo la schiena come se fossero dei cavalli tali da spingerti il più velocemente possibile.

E questo era uno di quei ragazzi dell’allegro gruppo degli anni 80′ e 90′, amato da tutti e rispettato enormemente per il suo senso di dedizione al suo lavoro e per l’educazione che in ogni occasione ci ha messo dentro e fuori ogni circuito.

Una persona semplice che, della semplicità, ha fatto costituire la chiave dei suoi successi e della sua grandezza che lo ha portato lontano e che nell’immaginario collettivo è riuscito ad imprimere un ricordo indelebile per ciò che è riuscito a scrivere nel corso del tempo e della sua storia.

Un ragazzo d’oro che amava la musica non soltanto motoristica ma anche quella effettiva, che adorava il blues e che praticava lo sci.

C’è stato un tempo solo per la semplicità e per l’enorme grandezza interiore e non solo.

C’è stato un tempo solo per gli eroi.

C’è stato un tempo in cui, c’era Michele Alboreto.

18 anni senza lui.

Anton Shipulin volge il pensiero al ritiro

Il fuoriclasse russo alle prese con una importante decisione per la sua vita e carriera

Anton_Shipulin_Kontiolahti_2010

L’off-season del Biathlon sta riservando parecchie sorprese per quanto concerne quelli che saranno i nostri di partenza ai blocchi nella prossima stagione.

Salutati già  Bjørndalen e Svendsen che hanno deciso di dire stop all’attività agonistica, stavolta è arrivato forse anche il turno di Anton Shipulin, fuoriclasse russo il quale, starebbe seriamente pensando di appendere sci e carabina al chiodo a quasi 31 anni.

Shipulin, campione Olimpico a Sochi 2014  e Mondiale nella staffetta lo scorso anno a Hochfilzen oltre che vincitore della Coppa del Mondo di Partenza in Linea nel 2015 ha affermato che l’idea di terminare adesso la propria carriera è davvero più di un pensiero.

Dopo tanti anni di carriera agonistica ad altissimo livello e di prestazioni incredibili, il russo è indeciso sul da farsi ed ha lasciato chiaramente intendere di essere da un lato tentato dal proseguire e dall’altro al dedicarsi interamente alla propria famiglia.

Russo nativo di Tjumen’ città ad est dei monti Urali fratello di Anastasia Kuzmina, anch’essa biathleta di altissimo livello, Anton si è distinto in questi anni per una tecnica davvero sublime e una precisione al poligono che lo ha portato a raggiungere risultati di primissimo livello tali da farlo considerare uno dei migliori biathleti degli ultimi anni.

Schivo, riservato, ma sempre disponibile e schietto con tutti, Shipulin è senza dubbio uno degli atleti di punta di una Russia che, orfana di lui agli ultimi XXIII Giochi Olimpici Invernali di PyeongChang 2018, ha visto abbassarsi notevolmente le proprie percentuali di successo di medaglie.

La sensazione è che la decisione di lasciare o rimanere sarà ben ponderata e che verrà presa solo ed esclusivamente nel periodo autunnale il quale sarà decisivo per capire la volontà del 21 volte vincitore di gare di Coppa del Mondo.

Perdere un Campione del genere provoca sempre una sensazione di grande vuoto considerando i gesti che questi ci han abituato nel tempo e di cui Shipulin sicuramente è un grande fautore, ma bisogna ad un certo punto della vita fare sempre dei bilanci e capire cosa sia meglio per se stessi e per la propria famiglia certi, che in ogni caso, le pagine scritte da questo grande atleta sono e rimarranno di certo indelebili e che la scelta che prenderà sarà indubbiamente sempre quella giusta essendo proveniente da un atleta di uno spessore umano e tecnico di caratura assoluta.

Finita la squalifica: Therese Johaug sarà al via della prossima Coppa del Mondo

Il 18 aprile è terminata la squalifica per doping per l’atleta norvegese di Røros: sarà al via della prossima Coppa del Mondo di sci di fondo

Johaug

Il 19 ottobre del 2016 per Therese Johaug ha rappresentato una data che, certamente, è divenuta un punto di svolta nella sua vita e nella sua carriera professionale; quello infatti fu il momento in cui venne trovata positiva ad uno steroide anabolizzante, il Clostamol, che lo costò inizialmente una squalifica di mesi 13 dal Comitato Olimpico della Norvegia;

Successivamente, poi, il TAS di Losanna decise di accogliere il ricorso della FIS ritenendo la squalifica precedente commutata nei confronti della fondista norvegese fin troppo leggera, aumentando lo stop a 18 mesi facendo fare ciao ciao con la mano per l’atleta alla partecipazione ai XXIII Giochi Olimpici invernali di scena a PyeongChang in quel della Corea del Sud oltre alla seconda stagione di Coppa del Mondo.

La stagione che verrà sancirà il suo rientro alle competizioni, scontata la squalifica, facendo ritrovare un’atleta nuova e pronta alle sfide che la attenderanno dallo start in poi. Visto che il 18 di questo mese è scoccata l’ora che ha sancito il termine del suo stop, la Johaug ha realizzato una conferenza stampa dove ha affermato il riconoscimento dell’errore commesso in passato aggiungendo altresì che, il tutto, l’ha fatta crescere notevolmente come persona essendo una vicissitudine che ovviamente va a segnarti.

La fondista ha anche detto che, per un certo periodo di tempo, ha anche meditato di lasciare il mondo delle competizioni in quanto le motivazioni stavano via via per venire meno, ma poi con l’aiuto del suo compagno ha avuto modo di cambiare idea e di prepararsi al momento del ritorno; ha ringraziato anche la Bjørgen, sua grande compagna di squadra e avversaria, per la vicinanza che gli ha dimostrato in tutto il periodo in cui è stata costretta a stare ferma ai box.

Quindi Norvegia che perde la più forte atleta femminile probabilmente di sempre, Marit Bjørgen la quale come sappiamo qualche giorno fa ha annunciato l’addio alle competizione dopo una ultima stagione olimpica e di coppa a dir poco trionfale, ma che riabbraccia un’altra campionessa assoluta che sarà pronta a dare battaglia alle nuove e vecchie concorrenti per cercare di mantenere sempre altissimo il livello di vittorie della fenomenale squadra norvegese.

Sin qui, l’atleta di Røros una antichissima e freddissima città nordica risalente alla prima metà del 500’, ha conquistato ben tra medaglie olimpica tra cui quella d’oro in staffetta a Vancouver nel 2010, l’argento e il bronzo a Sochi nel 2014 rispettivamente nella 30km e nella 10km, 7 ori ai Campionati del Mondo (11 medaglie in totale), nonché due sfere di cristallo generali in quel della Coppa del Mondo nel 2014 e nel 2016 oltre a due coppe di specialità (Distance) nel 2014 e nel 2016 per un totale di 67 podi complessivi di cui 33 vittorie (20 individuali e 13 a squadre).

Una campionissima di tutto rispetto, Therese Johaug la quale, dal suo errore, speriamo abbia imparato molto e cui ogni amante dello sport siamo certi spera di vederla ad alti livelli come ha sempre abituato i suoi tifosi.

Sci Alpinismo: alla scoperta dello sport in pole per Pechino 2022

Divertimento, agonismo, sicurezza, imprevedibilità: un nuovo fenomeno sportivo si affaccia sulla scena del palcoscenico sportivo bianco

Sci Alpinismo

In un recente post dove si parlava in questa sede di quelli che sono gli sport papabili che potrebbero essere inseriti all’interno del carnet dei prossimi Giochi Olimpici Invernali, quello che ha suscitato maggiore interesse è senza dubbio lo Sci Alpinismo.

Lo Sci Alpinismo, dato addirittura in pole position in fatto di ingresso a cinque cerchi se il CIO aprisse a nuovi innesti, è uno sport che nell’ultimo periodo ha avuto un incredibile boom di successo soprattutto tra i più giovani.

Per sapere un pò di più di esso, bisogna innanzitutto affermare che questa è una disciplina sportiva che potremmo definire da “freelance” in quanto si pratica fuoripista ergo al di là degli impianti sciistici pre-impostati in particolare su pendii notevolmente ripidi, e nasce intorno ai primi anni del novecento nei paesi scandinavi.

Per praticarlo occorre una notevole tenacia e una forte resistenza tecnica, a scanso da tutti coloro che possano andar a pensare che si tratta di passeggiare nella neve, niente di più sbagliato; tra l’altro il tutto non è di certo privo di rischi: gli atleti, nell’esecuzione di gara, si espongono davanti al pericolo di valanghe in quanto quando si va a tagliare il pendio il pericolo è quello di far venir meno la coesione del manto nevoso, ed è per questo che, prima di avventurarsi in attività di questo tipo, è sempre fondamentale avere alle spalle una buona ed adeguata scuola di preparazione che immetta gli atleti nella pratica vera e propria sia in senso tecnico sia di scelta dei materiali, ed è proprio quest’ultima che va a fare la differenza più che mai in questo ambito a seconda delle condizioni meteorologiche e nevose in quel del terreno.

Circa i materiali, occorre fare una distinzione tra quelli tecnici e quelli di sicurezza: 

  • per quanto concerne i primi innanzitutto è fondamentale la presenza di pelli di foca, ora sintetiche, che vanno applicate alla soletta dello sci nelle operazioni di salita per far presa sulla neve per poi staccarle all’inizio della discesa, mentre sci, scarponi (Con gli attacchi che permettono di liberare il tallone), e bastoncini sono assolutamente simili a quelli utilizzati dagli atleti di Sci Alpino con la differenza di una leggerezza maggiormente più accentuata per favorire una maggiore fluidità;
  • circa i secondi, ricollegandoci a quanto detto all’interno dei primi capoversi sul rischio di valanghe durante lo svolgimento dello Sci Alpinismo, è indispensabile dotarsi di dispositivi di sicurezza tra cui Artva/Recco con sonda di valanga inserita, pala, airbag, e anche respiratori; quando si verifica una valanga è fondamentale avere sempre con se dei ricevitori che permettano di individuare il luogo in cui determinate persone possano essere travolte e, grazie alle nuove tecnologie, si ha la possibilità di avere maggiore tempestività nei soccorsi che può fare una enorme differenza per la salvaguardia delle vite umane rispetto al passato.

La scala di valutazione dello Sci Alpinismo, è la cosiddetta “Scala Volo”, introdotta con l’avvento degli ultimi anni 90’ che segnò una netta linea di demarcazione rispetto al passato consentendo una descrizione assolutamente maggiormente più dettagliata di tutti gli elementi del pendio che uno sciatore vuole intraprendere dando così le informazioni necessarie per studiare preventivamene il percorso.

Tutto questo si conforma attraverso la presenza nel suo interno di tre “Elementi” che definiscono nello specifico tutti i caratteri fondamentali di una zona da prendere in considerazione:

  • in primo luogo menzioniamo “l’Elemento Sci”, il quale denota una porzione di valori suddivisa in cinque livelli che differenziano i vari pendii, dal più basso al più ampio: il livello 1 che riferisce pendii inferiori ai 30°, il livello 2 quelli che raggiungono alle volte i 35°, il livello 3, che è quello standard, per quelli che non superano i 35° con passaggi al massimo sui 45°, il livello 4 con pendii mediamente ripidi a 40/45°, ed infine il livello 5 che è il più estremo che raggiunge addirittura i 50°;
  • in secondo luogo abbiamo “l’Elemento Esposizione”, il quale si riferisce all’ambito di cadute che potrebbero avverarsi all’interno del percorso attraverso una scala contraddistinta dalla lettera E che va dal livello 1 al livello 4 che fa conformare l’atleta alla conoscenza del rischio in cui si imbatte;
  • infine abbiamo l’ultimo, ossia “l’Elemento Ingaggio”, che va dall’I al IV e a seconda dell’identificazione si definisce un percorso in cui si consiglia o meno una buona conoscenza e padronanza della disciplina.

Quindi sulla base di quanto ciò affermato, si può tranquillamente desumere che lo Sci Alpinismo è uno sport notevolmente complesso a anche abbastanza tecnico da praticare solo ed esclusivamente se in possesso in una buona conoscenza disciplinare e atletica tale da consentire a tutti coloro che vogliono imbattersi in questa avventuristica attività di realizzare il tutto con estrema sicurezza.

Soprattutto negli ultimi anni esso ha ricevuto tanto successo in quanto è praticabile anche al di là dei circuiti internazionali alpini che siamo soliti a sentire menzionati nelle gare di Coppa, ricevendo soprattutto un grande “boom” tra i più giovani e non c’è da stupirsi se il CIO sta prendendo in seria considerazione il suo ingresso già dai prossimi Giochi Olimpici.

Fatica, divertimento, tecnica, ma soprattutto assoluta sicurezza sono le chiavi di volta dello Sci Alpinismo il quale, ne siamo certi, con l’andare del tempo e con il susseguirsi delle varie esperienze storico-reali scorrevoli all’interno dello stesso, andrà via via sempre più a spopolare ed a ritagliarsi uno spazio importante nel panorama internazionale anche dal punto di vista delle competizioni sportive.

Ricordando un angelo di nome Elio

“Il ricordo è il tessuto dell’identità.”
(N. Mandela)

Elio De Angelis

La foto è in bianco e nero ma il ricordo è a colori, ed è più vivo che mai.

C’è poco da fare, è la prerogativa delle persone speciali: quando si è parte di quella ristretta cerchia di persone, non puoi far altro che abbandonarti e rassegnarti ad essere considerato una fonte di lucentezza al di là del lavoro e delle imprese che compri.

Si, perché attraverso la gentilezza e l’essere garbato oltre che perbene si entra direttamente nel cuore prima e nella memoria delle persone che hanno avuto modo di conoscerti e di apprezzare nella totale interezza le tue qualità. Già, le qualità, quelle che Elio possedeva in abbondanza e che lo hanno spedito sempre in memorie uniche esattamente come la sua persona.

Elio De Angelis è andato via quasi 32 anni fa, in un modo purtroppo tanto doloroso quanto spesso tristemente comune nel mondo dei motori, mentre svolgeva quello che amava di più, mentre correva, tentando di inseguire un altro sogno e mettendo le basi per le future vittorie lasciando un vuoto incolmabile nel mondo delle corse e non solo in quel tragico 14 maggio del 1986 durante una sessione di test privati 14 maggio, durante una sessione di prove private sul circuito Paul Ricard a Le Castellet in Francia a bordo della sua Brabham BT55 con la quale non era riuscito mai a trovare il feeling da inizio campionato.

Pilota all’antica d’altri tempi, sempre disponibile con tutti, ha fatto dell’eleganza  uno stile di guida invidiato da molti e abbastanza raro da vedersi anche al giorno d’oggi: preciso, leale, corretto, in pista come nella vita.

Chi ha vissuto quel periodo quando si era ancora abbastanza fanciulli, il gioco più ricorrente da farsi regalare durante le festività era la mitica pista elettrica da comporre con le monoposto che sfrecciavano dentro, come quelle della Polistil: tra queste come dimenticare quella piccolissima Lotus nera con dentro il pilota con il casco bianco? Quello di Elio.

Già dalla fine degli anni 70′, Elio De Angelis fece parlare di se conquistando il titolo di Campione nazionale di Formula 3 nel 1977; l’esordio nell’olimpico motoristico in Formula 1 avvenne nel Gran Premio d’Argentina, con la Shadow nel 1979 con la mitica DN9. Nel 1980 il passaggio alla Lotus, alla corte di Colin Chapman, che stravedeva per lui, con la quale ottenne le uniche sue vittorie, al Gran Premio d’Austria 1982 e al Gran Premio di San Marino 1985. Il suo compagno di squadra fu per un pò d’anni il grande Ayrton Senna.

Altri tempi, altro mondo, altre persone, altre dimensioni dove c’era ancora lo spazio per la correttezza e per quel mordente che ancora e ancora una volta ti permettevano di sognare e di vivere la tua vita con meno frenesia e più tranquillità; una vita più semplice dove con poco si aveva molto, un’esistenza alle volte raccontata attraverso momenti sportivi dove la parte da leone lo svolgeva l’incanto che suscitavano alcuni grandi uomini quale Elio era che portavano spesso i colori dell’Italia in altro a suono di belle prestazioni dando lustro al tutto.

Amato e voluto bene da tutti, dimenticato da nessuno. Jean Alesi gli rese omaggio riprendendo i colori e i disegni del suo casco utilizzandoli per tutta la sua carriera in F1. Keke Rosberg, tra i suoi amici nel paddock, disse di lui: “era un pilota raffinato, mentre noi eravamo tutti molto rozzi.”

Purtroppo, troppo spesso, il destino si rivela fin troppo cattivo privandoci sia della presenza che delle imprese di persone come Elio le quali, al di là del fattore sportivo, ha lasciato un vuoto incredibile all’interno delle vite di tutti coloro che han avuto il privilegio di conoscerlo; ma lo stesso destino non riuscirà mai a deletare il ricordo di qualcuno che, sigillando il tempo e la memoria dentro esso di un uomo e di un pilota meraviglioso, ha conquistato il gran premio più bello e più inestimabile dal punto di vista del valore.

Come disse in un servizio il grande Ezio Zermiani poco dopo la sua morte, ci congediamo con questo post in silenzio, non disturbandolo.

Elio sta sognando.

Ancora.

I WANT YOU! Gli sport che potrebbero essere inseriti nelle Olimpiadi Invernali di Pechino 2022

Le Olimpiadi di PyeongChang ce le siamo lasciati alle spalle poco meno di due mesi fa, ma come spirito e prospettiva a cinque cerchi impongono lo sguardo verso la prossima edizione invernale è fondamentale già da adesso.

Curling

Pechino 2022 sarà un passaggio notevolmente fondamentale per lo sviluppo e la promozione degli sport invernali, ed è per questo che la domanda che più si sussegue tra gli appassionati è ovviamente quella inerente SE ed eventualmente QUALI discipline il CIO spalancherà le porte per introdurle all’interno dei Giochi in quel del territorio cinese.

Le voci sono sempre più ricorrenti, e i vertici olimpici sono a lavoro per capire quali di queste possa soddisfare i criteri in modo tale da arricchire sempre di più il carnet dei cinque cerchi con sfondo innevato.

Innanzitutto la questione primaria riguarda la parificazione sessuale di tutti gli sport coinvolti, ergo l’obiettivo in primis sarà aprire l’unica disciplina sino ad adesso al maschile, la Combinata Nordica, anche alle donne in modo tale da avere un equilibrio perfetto in tutte le discipline inserite nel programma e in questo senso le indicazioni sono parecchio confortanti.

Tra gli sport che potrebbero essere inseriti vi è senza dubbio lo Sci Alpinismo che in questo momento sta vivendo un forte sviluppo soprattutto negli ultimi due anni con una popolarità notevole visto che, anche al di fuori degli ambiti alpini, sta raccogliendo un grande successo soprattutto tra i più giovani visto che si pratica attraverso scalate fuoripista in salita e in discesa parecchio emozionanti, e che quindi potrebbe essere un serio candidato all’ingresso olimpico.

Un’altra possibilità riguarderebbe lo Slittino Naturale,  con svolgimento su piste innevate che andrebbe ad affiancare quello classico in quel caso in quel del budello (Con il rischio di inserire però due attività “specchio”), oppure ancora il Bandy.

Il bandy è uno sport molto simile all’hockey che venne proposto a scopo dimostrativo solamente nelle lontane Olimpiadi del 1952 in quel di Oslo in Norvegia: nel bando ogni match viene giocato da due squadre di undici atleti su un terreno ghiacciato delle dimensioni di un campo di calcio. Scopo del gioco è realizzare i relativi punti lanciando una palla con la relativa mazza la cui quest’ultima è in mano a tutti gli atleti in azione tranne il portiere il quale ne è sprovvisto e blocca la palla con l’ausilio delle mani. Di sicuro appassionerebbe non poco.

Suggestiva invece l’idea di poter aprire i Giochi all’Arrampicata su Ghiaccio: questo è uno sport seriamente impegnativo che si pratica arrampicandosi con l’uso dei relativi materiali, sulle formazioni ghiacciate in alta montagna o sulle cascate di ghiaccio in versante medio. L’uso di piccozze, ramponi, e soprattutto viti permetterebbero lo svolgimento del tutto con le relative misure di sicurezza.

Infine si menziona anche il Polo che segnerebbe una vera e propria svolta all’interno del settore olimpico invernale con l’apertura degli sport equestri nel mondo agonistico ghiacciato.

Dal canto nostro, al di là di tutte queste ipotesi, la cosa che auspicheremmo maggiormente anche senza nessun velo di ipocrisia considerando che l’Italia in merito svolge una parte da leone visti i titoli di Valentina Greggio e i fratelli Origone, sarebbe un inserimento dello Sci di Velocità: al di là dell’aspetto patriottico si andrebbe ad arricchire i Giochi a cinque cerchi di uno sport basato sulla velocità e sull’aerodinamica che ultimamente oltre a crescere di intensità ha aumentato anche la sua spettacolarità anche grazie ad atleti incredibili che sfidano i limiti spingendosi anche oltre essi: un riconoscimento olimpico sarebbe la ciliegina sulla torta per essi che tanto stanno dando a questo movimento attraverso enormi sacrifici e una cultura del lavoro che va oltre ogni aspettativa facendo sviluppare, appunto, la F1 sulle nevi.

Di certo ci sarà ancora molto da attendere, ma la sensazione è che con l’andare del tempo i Giochi Invernali attrarranno sempre più appassionati anche grazie al tempo che farà denotare aperture importanti e sviluppo di sport già in essere arricchendo un carnet che già oggi regala notevoli emozioni e pagine di storia indelebili.

Eppure capita di essere semplicemente Marco

“La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.”
(Gabriel Garcia Marquez)

Marco_Pantani

Eppure capita di ricordare qualcuno che non c’è più non in una ricorrenza specifica ma in un giorno qualunque.

Come in uno di quei giorni qualunque dove arrivavi a valanga e facevi sognare migliaia di persone vicine e lontane dai tuoi sforzi;

Capita di pensare quella persona con quel velo di tristezza sapendo che non c’è più da anni ad arricchire i cuori di chi lo ha voluto bene veramente;

capita di volare in cielo ed aver la certezza trattino meglio di quaggiù, da Eroe quale sei e sempre sarai ovunque ti troverai;

Perché sì, alle volte la vita ti griffa dell’eroismo più puro.

Già, succede che all’improvviso diventi un Eroe.

Che normali gesta come una pedalata possano essere paragonate a delle opere d’arte uniche nel loro genere.

Che qualche volta nella vita di raggiungere una dimensione unica da far riunire una nazione… 

Di essere una persona estremamente semplice ma talmente ricca da bilanciare anche l’intero mondo.

Eppure capita di essere un grande uomo grazie alla tua semplicità oltre le sue imprese.

Una semplicità che come un anello al dito sembrava di poter sigillare il tempo.

Di possedere il dono della bellezza e della sensibilità, doti oramai non proprie di questo mondo usate da altri come dei punti vulnerabili per metterti in ginocchio.

Che potresti scrivere qualsiasi tipologia di arpeggio nei tuoi confronti e avere parimenti la stessa sensazione che non basterebbe mai ad enunciare la tua inarrivabile grandezza;

Grandezza umana e atletica, da segnare il tempo e lo spazio.

La grandezza anche di un vuoto, incolmabile, in alto sui pedali mentre si scruta l’orizzonte con la consapevolezza che, quella magia, è andata via parecchio tempo fa oramai.

Già, l’atletica. Che sogno quegli scatti. Non reggeva nessuno.

Sul Mortirolo.

Sull’Alpe d’Huez.

Sulle cime dell’entusiasmo di ognuno di noi.

Con tutte quelle maglie colorate che tu rendevi ancora più lucenti con la tua umiltà dall’alto della tua magnificenza.

Capita tanta di quella malinconia da far ancora male dopo tanto tempo il cuore.

Ma capita di mantenere presso di sé il ricordo di una persona praticamente unica nel suo genere;

Eppure capita questo.

Capita di essere un Campione.

Eppure capita di essere semplicemente Marco.

https://www.youtube.com/watch?v=5FVOHIaxgro

 

La magnificenza che va al servizio della magia: Peter Sagan

“La continuità ci dà le radici; il cambiamento ci regala i rami, lasciando a noi la volontà di estenderli e di farli crescere fino a raggiungere nuove altezze.”

(Pauline R. Kezer)

Sagan

Elevarsi. Andare oltre. Immergersi nell’infinito.

Ci sono pochi, pochissimi atleti al mondo i quali nel corso della storia ti danno quella sensazione unica e pressoché irripetibile in altre sezioni di condire le proprie imprese svuotandole dal contenuto essenziale anche del trionfo, rompendo gli schemi, e personalizzandole a loro modo.

Quando si è piccoli capita ovviamente nella vita capita che uno dei primi temi che ti assegnano a scuola contenga la domanda di svolgimento “che cosa vuoi fare da grande”; già in età verde, in ognuno di noi è forte il desiderio interno di voler fare l’atleta osservando in uno schermo le gesta dei fuoriclasse soliti ad incantarci; fuori da ogni dubbio tutto ciò, ma in una risicata porzione di essi c’è già la certezza di voler fare davvero questo in un periodo in cui si tende cambiare idea come cambia il tempo durante un dì, e spesso accade anche che siano già presenti i crismi del talento.

Cosa vuoi fare da grande? Il Fuoriclasse.

Avrebbero potuto rispondere in questo modo pochi atleti nel corso della storia, ed uno di questi è senza dubbio Peter Sagan.

Nel corso del tempo nell’arte abbiamo assistito a stili molto versatili, alcuni originali anche, che hanno avuto il merito di cambiare anche la prospettiva del mondo: pensate ad Andy Warhol che utilizzando grosse tele andava a riprodurre moltissime immagini spesso ripetute, ma alterandone i colori riuscì agli occhi di chi osservava a far mutare le sensazioni e le emozioni.

Sagan è così: se notate bene il suo leitmotiv spesso e volentieri è griffato dalla vittoria, ma ognuna ha ha un sapore e un colore nettamente differente, proprio come un quadro dell’artista di Pittsburgh scomparso nel 1987. E’ semplicemente un uomo speciale, più speciale di quanto si possa immaginare.

Non è una questione solo di indubbio talento, e lui ne potrebbe vendere talmente tanto da passare il resto della sua vita a sorseggiare un drink sulla riva di una spiaggia magari hawaiana, ma di persona: se dovessi definire una delle sue innumerevoli caratteristiche ogni volta che sale in sella alla sua bici, direi la positività.

Peter è sempre estremamente positivo. Lucido. Riesce a leggere bene ogni situazione e sa esporsi e trattenersi negli istanti in cui chiunque cederebbe alla tentazione di partire ed andare. In pochi atleti riesci a vedere quel sacro fuoco dentro che alimenta km dopo km fino ad esploderti nelle gambe per cercare di arpionare l’ennesimo trionfo.

Non conta se hai già vinto tre mondiali di fila, un titolo europeo, e un mare innumerevoli di trionfi, no… Se sei un vulcano una grande eruzione non ferma la sua attività finché scorre il magma dentro. Hai sempre voglia di esplodere e di affermare ancora la tua potenza. Il sangue che scorre nelle vene di questo straordinario ciclista slovacco è caldo come l’aria in una splendida giornata d’agosto in Sicilia: la senti, la mordi, la fai tua sempre. La vinci.

Andatevi a rivedere l’ultima Parigi-Roubaix, una delle poche cose che mancavano alla collezione “Louvriana” di una carriera inarrivabile nella storia del ciclismo e guardate la gara che ha fatto Peter: è scattato quando nessuno probabilmente pensava potesse accadere e lì già aveva messo (Senza sminuire gli avversari naturalmente) in cassaforte il primo acuto nell’inferno del nord.

Guardate bene oltre il gesto tecnico, guardate lo sguardo e la positività che he messo in ogni pedalata. La certezza del risultato condita dalla prestanza atletica di un Campione d’altri tempi. Fuori dagli schemi come detto tranne per la costante vittoriosa.

Vedi Sagan e ti catapulti in mondo diverso, d’annata, quasi pionieristico dove in quell’epoca nessuno si spaventava di prendere dei rischi a costo di cadere, di sporcarsi, per il sano gusto non solo della ovvia competizione ma del divertimento vero e proprio; è raro attualmente vedere qualcuno che mantenga lo stesso entusiasmo di un bambino che scrive un tema su cosa voglia fare da grande, lui è uno di questi. E’ prezioso e speciale.

Come il suo palmares. Come la sua forza. Come la consuetudine delle sue braccia alzate larghe ad accogliere il traguardo che lo fionderà verso un nuovo abbraccio sul gradino più alto del podio. Sul gradino della gloria.

Penso che non basterebbe nemmeno una settimana per elencare e riportare tutta la carriera di Sagan e le sue vittorie; penso, come ho sempre detto quando mi son riferito ai grandissimi, che non sia nemmeno giusto perché alcuni atleti i numeri vanno ad offenderli: c’è chi vince per i record e chi vince collezionando i medesimi divertendosi e arricchendo il mondo attraverso l’arte. Ecco lui è uno di questi: tornando al primo capoverso di questo post lui ambisce sempre ad elevarsi puntando l’infinito alla ricerca di un nuovo confine da superare.

Per se stesso, per la storia, per il sano divertimento, per la professione, per il trionfo.

Trionfo che si traduce in Leggenda. Leggenda che sfocia nel Mito. Mito che ha accolto già molto tempo fa, Peter Sagan da Žilina.