Goodbye, our old friend

Niki Lauda se ne volato in cielo.

É davvero triste quando bisogna commentare delle notizie di questo tipo, soprattutto quando sononriferite a personaggi che hanno segnato inevitabilmente il mondo dello Sport in maniera talmente intensiva, tanto da travalicare lo stesso per poi andare a sfociare nella cultura di massa.

È stato più di un 3 volte campione del mondo, è stato un autentico fuoriclasse della pista, uno che ha unito la sua tecnica ad una lucidità incredibile nell’analisi di ogni situazione e di ogni tracciato.

Un guerriero autentico che nonostante l’incidente che lo ha sfigurato e segnato a vita nel 1976 al Nurbungring con la sua Ferrari 312T, non si è mai arreso e al più presto possibile è tornato in sella alla sua macchina cercando di seguire ancora i suoi sogni cercando di superare quelli che sono i suoi limiti vincendo ancora e ancora scaldando i cuori di milioni di appassionati, a Maranello, a Woking, e in qualsiasi luogo si ami la velocità convolata a nozze con lo sport.

Un personaggio silenzioso fuori dalla pista ma mai banale, e questa essenza pressoché unica la ritrovavi nella lucidità delle analisi in merito a qualsiasi tematica inerente alla Formula 1, la sua vita, la sua grande passione, una passione che lui ha contribuito a rendere grande attraverso gesta meravigliose annoverate nel volume più prestigioso dei libri di storia del Motorsport e dello sport in generale.  Pilota, ma anche imprenditore di successo con la sua compagnia aerea a dimostrazione di capacità incredibili e di una intelligenza sopraffina oramai rara in tempi come questi.

I duelli con l’amico/nemico James Hunt, gli anni in Ferrari, il ritorno vincente a bordo della McLaren, il ritorno fuori dalla pista a Maranello prima e in Mercedes poi diventando, da Presidente Onorario non esecutivo, uno dei punti di forza della scuderia a stelle e strisce che nell’era ibrida sta riscrivendo il libro dei record attraverso Hamilton, Rosberg, e Bottas; aneddoti incredibili legati al mondo dei motori che lo ricorderà indelebilmente come uno dei piloti più forti che siano mai esistiti al mondo.

Un punto di riferimento importante ancora oggi dove ha saputo mettere a disposizione tutta  la sua esperienza e saggezza in un mondo che non si ferma mai, riuscendo a trovare ancora una volta la chiave di volta con consigli e punti di vista importanti ponendo quell’ingrediente in più che gli ha consentito, in gioventù, di trarre il meglio da ogni performance cercando di trasmetterlo ai piloti di oggi.

Oscar Wilde disse una volta, abbastanza anche ironicamente, che “la morte è il modo che la natura ha di dirti che devi rallentare”, ma se tanto ci dà tanto, anche da dove sarà adesso, Lauda continuerà a correre sempre attraverso i sorrisi e i ricordi di chi lo ha ammirato, amato, apprezzato, e voluto bene.

Cala la bandiera a scacchi sulla tua vita, ma continuerai a vivere nella Leggenda che rimarrà eternamente viva e pulsante esattamente come i cavalli che facevi andare al massimo in ogni monoposto che hai bagnato con il gusto della vittoria e dell’infinito.

Ciao Niki.

Nel nome della leggenda: Gilles Villeneuve

« Lo chiamano Circo della Formula 1 e proprio come un circo si sposta di città in città, issa la sua tenda e fa spettacolo. Tra giochi di magie, belve e domatori il divertimento è sempre assicurato, così come il brivido che offrono gli artisti più spericolati quando tocca a loro salire sul filo teso nel vuoto e danzare. Nell’estate del 1977 tra le tende della Formula 1 si affacciò un pilota dallo sguardo dolce e dal cuore impavido, salì sul filo con la sua Ferrari e per cinque anni lo percorse fra capriole e piroette. Poi un giorno scese ed entrò nella leggenda… »
(da Sfide,  – Gli anni di Gilles Villeneuve, 2002)

Gilles Villeneuve

Quando si parla di Gilles Villeneuve mi è solito fare un parallelismo con un altro grande pilota del passato: Peter Collins.

Nel bene e nel male Collins e Villeneuve hanno avuto in comune seppur in epoche temporali differenti, tantissime cose: entrambi hanno corso per Maranello, sono stati grandi piloti di estremo talento nonostante il fato non gli abbia concesso di vincere un Campionato del Mondo (Sebbene Collins fece un gesto di grande cavalleria nei confronti di Fangio nel 1956 quando, dopo il guasto meccanico che coinvolse quest’ultimo, cedette all’argentino la propria vettura consentendogli di vincere l’iride), perirono entrambi  in pista in stagione in corso in vicissitudine a dir poco dolorose e drammatiche, e sono stati i pupilli più grandi che abbia mai avuto Enzo Ferrari.

Si disquisisce sempre se, all’interno di una famiglia numerosa, ci siano delle persone cui si voglia più bene rispetto alle altre soprattutto in ambito sportivo e, in particolare, in epoca passata quando tutto magari era molto più semplice e il romanticismo spesso nelle gare motoristiche era piuttosto diffuso.

Per Enzo Ferrari Collins ha rappresentato una vera e propria passione, anche personale visto il rapporto che lo coinvolse con il povero figlio Dino scomparso prematuramente, ma con Gilles… Con Gilles era tutto diverso. Villeneuve con Enzo Ferrari diede vita ad un binomio incredibile di passione, gioia, e assoluto coinvolgimento nel tifo sportivo.

« Il mio passato è pieno di dolore e di tristi ricordi: mio padre, mia madre, mio fratello e mio figlio. Ora quando mi guardo indietro vedo tutti quelli che ho amato. E tra loro vi è anche questo grande uomo, Gilles Villeneuve. Io gli volevo bene. »

Gilles Villeneuve in abitacolo
Gilles Villeneuve in abitacolo

Gli voleva davvero bene perché, per la prima volta, al di là del lato umano aveva visto un uomo che sapesse guidare esattamente la sua Ferrari come voleva: con sfrontatezza, genuinità, brutalità, e senso di totale appartenenza sin dal momento dell’ingresso in abitacolo.

E’ raro trovare qualcuno che diventi un tutt’uno non solo con la macchina ma anche con il mito cui è emblema la Scuderia Ferrari. Lui invece era l’eccezione che confermava la regola: era l’uomo giusto al posto giusto e l’unica cosa che lo poteva fermare, a parte spesso la sua irruenza un pò troppo fuori le righe in pista, fu un maledetto fato.

Poche storie, il canadese era davvero un grande. Un gigante della guida come NESSUNO. Nessuno mai si è avvicinato al suo stile di guida, alla sua tenacia, e alla sua voglia di vincere sempre e comunque. Non ha mai risparmiato un minimo rischio, non ha mai gestito, per lui esisteva solo ed esclusivamente la vittoria e nulla importava se per portarla a casa si metteva a repentaglio il lavoro magari di un weekend e di una serie di mesi.

Villeneuve ha portato la spettacolarità in un ambiente, quello della Formula 1, laddove fin troppo spesso (E soprattutto oggi…) si dà troppo spazio a calcoli, ragionamenti, e gestioni. Sono tanti gli avvenimenti che risalgono all’occhio quando si parla del fuoriclasse di Saint-Jean-sur-Richelieu, una cittadina del Québec in Canada: arrivi al traguardo su tre ruote, alettoni rotti e continuo di gara come se niente fossi, coraggio da vendere in sfide con avversari dotati di vetture magari più performanti tenendogli testa, e tante indelebili immagini gelosamente custodite nei libri della memoria degli appassionati: immortale il duello con Arnoux per la seconda piazza nel 1979 al gran premio di Francia, con un ruota a ruota straordinario che è entrato nella storia delle corse e che, probabilmente, è stato il duello più entusiasmante della storia.

Un uomo buono, che amava la sua famiglia, un pilota straordinario che ha scritto pagine importantissime nella storia delle corse sebbene non sia impresso il suo nome nell’albo d’oro (Ci riuscirà molti anni dopo suo figlio, nel 1996 Jacques, a bordo della Williams dopo una stagione ricca di duelli sino a Jerez con Michael Schumacher), a dimostrazione che spesso nello sport l’alloro non è la conditio sine qua non per l’ingresso nella sala dei campioni di ogni tempo.

Un uomo anche molto riflessivo fuori dalla pista, a testimonianza di numerosi aforismi che oggi arricchiscono tantissimi articoli a sua memoria; tra questi ve ne è uno che fa capire la passione e la dedizione completa che dava quest’uomo al suo lavoro, che diceva: “se mi vogliono sono così, di certo non posso cambiare: perché io, di sentire dei cavalli che mi spingono la schiena, ne ho bisogno come dell’aria che respiro.

Penso che non ci sia altro da aggiungere in merito: se parlate con qualcuno che davvero capisce di corse, tra i vari Senna, Fangio, Schumacher, Prost, vi inserirà anche Gilles Villeneuve dandogli una preferenza addirittura come miglior pilota di sempre. Non è eresia, è soltanto realtà.

Sul circuito di Zolder, l’8 maggio del 1982, nelle parte finale delle qualifiche la Ferrari 126C2 di Villeneuve arrivò al contatto con la March di Hass a velocità sostenuta facendo un volo di 25 metri; il tutto portò la vettura a schiantarsi sull’asfalto facendo sbalzare il povero canadese fuori dal suo abitacolo con il sedile ancora attaccato portandolo ad impattare il collo con uno dei paletti della rete metallica: trasportato in ospedale le sue condizioni erano già pressoché disperate tanto che la sua vita era tenuta in essere da macchine di respirazione artificiale le quali, vennero staccate su autorizzazione della famiglia, la sera stessa alle 21:12 ponendo fine alla vita del Campione della Ferrari e della Formula 1.

Oggi sono 36 primavere dalla sua scomparsa.

In sede di presentazione dell’articolo ho parlato di elementi in comune tra Collins e Villeneuve, e mi sono accorto di averne dimenticato uno: l’immortalità.

Perché le Leggende si fanno beffa della morte, e il loro Mito continuerà ad esser vivo per sempre viaggiando nel tempo e susseguendosi tra le generazioni diffondendo il pensiero, sempre più marcato, che la storia scritta indelebilmente non svanisce di certo con lo scorrere delle lancette.

Il ricordo di un pilota buono e perbene: Roland Ratzenberger

“La memoria è il diario che ciascuno di noi porta sempre con sé.” (O. Wilde)

Roland Ratzenberger

Vivere sul filo della passione lungo il circuito del sogno al fine di arrivare nel punto più alto possibile.

Quante volte abbiamo inserito questa frase nel contesto sportivo in modo da identificare la voglia di un atleta di migliorarsi giorno dopo giorno realizzando ciò che ama più al mondo? Tante volte. Alle volte talmente troppe che si corre il rischio di cadere nella monotonia. E’ anche retorico comporre quesiti di questo tipo.

Nelle storie come queste alle volte c’è il lieto fine, alle volte purtroppo no perché il destino o chi per lui mette la parole fine al romanzo della propria passione una maniera beffarda e tragica e questo, soprattutto nell’ambito motoristico del passato, è stato spesso l’epilogo di molte storie.

Oggi si parla di un uomo perbene che, al momento del suo arrivo in F1 dopo una vita a sognare l’arrivo in questa categoria, ha visto la sua esistenza spezzarsi inesorabilmente in quel maledetto fine settimana di Imola di 24 primavere fa.

Un uomo semplice, Roland Ratzenberger, ma determinato al punto di non arrendersi mai anche a 34 anni all’obiettivo di approdare nella categoria regina dell’ambito motoristico a 4 ruote, la Formula 1.

Una carriera che sin lì era stata contraddistinta dall’endurance con la partecipazione a ben cinque 24 ore di Le Mans, dalle formule nipponiche, e da altre categorie dove era riuscito a mettersi in evidenza sino a meritare la chiamata dalla Simtek nel 1994 per il primo Campionato del Mondo di F1 della sua vita.

Ed è stato proprio nel suo personale apice di Roland che avvenne il più tragico degli eventi nel corso delle qualifiche del Gran Premio di San Marino ad Imola il 30 aprile del 1994 quando, dopo l’ingresso alla curva intitolata a Gilles Villeneuve, l’alettone anteriore della sua monoposto si va a staccare facendo perdere al pilota olandese il controllo della stessa per terminare la sua corsa contro un muro a più di 310 km/h; il povero Ratzenberger spirò dopo pochi minuti all’arrivo all’Ospedale Maggiore di Bologna a causa della frattura cranica rendendo inutili i tentativi di rianimarlo. Troppo grave l’incidente.

Di storie di piloti che han perso la vita nel corso della loro passione, soprattutto in passato quando le misure di sicurezza non erano al livello attuale ne abbiamo sentite purtroppo tantissime ma, quella di Roland in particolare in quel surreale weekend dove morì anche Ayrton Senna (Ne parleremo ovviamente domani del campione brasiliano) e rischiò tantissimo anche Rubens Barrichello, tocca davvero il cuore.

Tocca il cuore perché sai che arrivi dove hai sempre sognato e proprio sul più bello, ciò che volevi più al mondo ti tradisce e ti fa perdere tutto. Roland è stata una persona estremamente positiva; chi lo ha conosciuto e chi ha avuto modo di apprezzarlo durante tutta la sua carriera non solo in F1 può confermare il tutto perché ha sempre vissuto al massimo il suo mestiere cercando di raccogliere sempre il massimo di ciò che aveva seminato. Sempre.

Con umiltà. Con determinazione. Senza lasciarsi abbattere mai anche quando magari ci si aspettava risultati migliori. Un esempio, un modo di lavorare raro oramai nella proprietà di questo mondo.

Non ha mai mollato e ci ha messo nella sua voglia quel pizzico di spensieratezza che dovrebbe sempre contraddistinguere la vita di ognuno di noi in qualsiasi vicissitudine che andiamo ad affrontare. Con calma, giorno dopo giorno, passo dopo passo.

La cosa che dispiace maggiormente è che, la scomparsa di piloti come Roland forse perché non hanno avuto una parte da estremi protagonisti nel corso della loro vita motoristica a differenza di tanti indimenticati ed indimenticabili campioni leggendari, sia finita nel dimenticatoio.

E’ molto facile ricordare i successi e i trionfi, ma non bisogna mai scordare che le vare gare si realizzano soprattutto nelle zone arretrate, nelle bagarre più spietate dove i piloti con le loro vetture lottano per prendere una posizione, soprattutto in epoca passata dove magari le differenze tra le zone più arretrate erano minori. E il tutto può benissimo confermarlo qualunque plurititolato di qualsiasi categoria.

Peccato non reperire tantissimo materiale su Roland, perché la gente avrebbe modo di prendere contatto con un pilota notevole, di grande spessore tecnico in grado di capire il funzionamento della vettura e di dare una grandissima mano al set-up della stessa per migliorarla e farla progredire. Dote non da tutti.

Lotte infinite, emozionanti, che spesso finiscono nel modo più tragico. Ed è ancora più triste pensare che, più il tempo passa, più non ci si ricordi di essi.

Ma ci sono delle eccezioni, perché il talento e la considerazione di aver fatto solo del bene nel corso della propria vita (E carriera naturalmente), sono i fatti più importanti che non possono essere messi in discussione in quanto griffati all’interno della storia con un inchiostro indelebile. Che non passa e non passerà mai.

Esattamente come il dolore della morte.

Oggi sono 24 anni, ma da queste parti non dimentica nessuno.

Un pensiero estremamente commosso, per Roland Ratzenberger.

C’è stato un tempo in cui correva Michele Alboreto

18 anni fa se ne andava il pilota milanese in un tragico incidente a Klettwitz

Alboreto

C’è stato un tempo in cui guidare era paragonabile a volare nel più celestiale dei sogni.

Con i rumori dei propulsori anni 80 che tanto facevano sognare tifosi ed appassionati come se stessero suonando delle sinfonie sotto rivestimento sportivo di autentici compositori del passato più lontano.

Autentico, come il talento dei protagonisti in pista, spesso sfortunati, ma che hanno reso grande non solo lo sport ma la memoria di tanta gente che si era affezionati a questi piccoli grandi uomini a bordo di telai su 4 ruote con un solo posto.

Tempi lontani, quasi pionieristici, dove la differenza vera la faceva il “manico” del pilota più che una vettura all’epoca priva di elettronica varia e riempita sino all’orlo del talento di chi riusciva a governarla, a domarla.

Tempi in cui c’era un ragazzo italiano, classe 1956 nativo di Milano, che con la più pura e adrenalinica passione per le gare non si è mai tirato indietro a nessuna sfida. A nessuna curva, a nessun confronto.

Una passione che, purtroppo, ce lo ha portato via fin troppo presto facendo quello che più amava realizzare, ossia costruire sogni e successi. Un campione d’altri tempi che non si è limitato solo ad analizzare il mondo delle corse ma a studiarlo anche al limite della filosofia inglobandola totalmente nel profondo del suo animo.

Uno che una volta disse che “bisogna approfittare di ogni occasione, perché non sappiamo se ci sarà un’altra possibilità” facendo di questo aforisma un mantra della sua professione e della sua immensa classe tanto lucente quanto rara al giorno d’oggi.

Tempi in cui mettevi la tuta, il casco, entravi in abitacolo e partivi. Sognavi. Senza tanti fronzoli senza tante chissà quali tattiche, senza molti calcoli… A parte quello di spingere al massimo i brividi lungo la schiena come se fossero dei cavalli tali da spingerti il più velocemente possibile.

E questo era uno di quei ragazzi dell’allegro gruppo degli anni 80′ e 90′, amato da tutti e rispettato enormemente per il suo senso di dedizione al suo lavoro e per l’educazione che in ogni occasione ci ha messo dentro e fuori ogni circuito.

Una persona semplice che, della semplicità, ha fatto costituire la chiave dei suoi successi e della sua grandezza che lo ha portato lontano e che nell’immaginario collettivo è riuscito ad imprimere un ricordo indelebile per ciò che è riuscito a scrivere nel corso del tempo e della sua storia.

Un ragazzo d’oro che amava la musica non soltanto motoristica ma anche quella effettiva, che adorava il blues e che praticava lo sci.

C’è stato un tempo solo per la semplicità e per l’enorme grandezza interiore e non solo.

C’è stato un tempo solo per gli eroi.

C’è stato un tempo in cui, c’era Michele Alboreto.

18 anni senza lui.

Ricordando un angelo di nome Elio

“Il ricordo è il tessuto dell’identità.”
(N. Mandela)

Elio De Angelis

La foto è in bianco e nero ma il ricordo è a colori, ed è più vivo che mai.

C’è poco da fare, è la prerogativa delle persone speciali: quando si è parte di quella ristretta cerchia di persone, non puoi far altro che abbandonarti e rassegnarti ad essere considerato una fonte di lucentezza al di là del lavoro e delle imprese che compri.

Si, perché attraverso la gentilezza e l’essere garbato oltre che perbene si entra direttamente nel cuore prima e nella memoria delle persone che hanno avuto modo di conoscerti e di apprezzare nella totale interezza le tue qualità. Già, le qualità, quelle che Elio possedeva in abbondanza e che lo hanno spedito sempre in memorie uniche esattamente come la sua persona.

Elio De Angelis è andato via quasi 32 anni fa, in un modo purtroppo tanto doloroso quanto spesso tristemente comune nel mondo dei motori, mentre svolgeva quello che amava di più, mentre correva, tentando di inseguire un altro sogno e mettendo le basi per le future vittorie lasciando un vuoto incolmabile nel mondo delle corse e non solo in quel tragico 14 maggio del 1986 durante una sessione di test privati 14 maggio, durante una sessione di prove private sul circuito Paul Ricard a Le Castellet in Francia a bordo della sua Brabham BT55 con la quale non era riuscito mai a trovare il feeling da inizio campionato.

Pilota all’antica d’altri tempi, sempre disponibile con tutti, ha fatto dell’eleganza  uno stile di guida invidiato da molti e abbastanza raro da vedersi anche al giorno d’oggi: preciso, leale, corretto, in pista come nella vita.

Chi ha vissuto quel periodo quando si era ancora abbastanza fanciulli, il gioco più ricorrente da farsi regalare durante le festività era la mitica pista elettrica da comporre con le monoposto che sfrecciavano dentro, come quelle della Polistil: tra queste come dimenticare quella piccolissima Lotus nera con dentro il pilota con il casco bianco? Quello di Elio.

Già dalla fine degli anni 70′, Elio De Angelis fece parlare di se conquistando il titolo di Campione nazionale di Formula 3 nel 1977; l’esordio nell’olimpico motoristico in Formula 1 avvenne nel Gran Premio d’Argentina, con la Shadow nel 1979 con la mitica DN9. Nel 1980 il passaggio alla Lotus, alla corte di Colin Chapman, che stravedeva per lui, con la quale ottenne le uniche sue vittorie, al Gran Premio d’Austria 1982 e al Gran Premio di San Marino 1985. Il suo compagno di squadra fu per un pò d’anni il grande Ayrton Senna.

Altri tempi, altro mondo, altre persone, altre dimensioni dove c’era ancora lo spazio per la correttezza e per quel mordente che ancora e ancora una volta ti permettevano di sognare e di vivere la tua vita con meno frenesia e più tranquillità; una vita più semplice dove con poco si aveva molto, un’esistenza alle volte raccontata attraverso momenti sportivi dove la parte da leone lo svolgeva l’incanto che suscitavano alcuni grandi uomini quale Elio era che portavano spesso i colori dell’Italia in altro a suono di belle prestazioni dando lustro al tutto.

Amato e voluto bene da tutti, dimenticato da nessuno. Jean Alesi gli rese omaggio riprendendo i colori e i disegni del suo casco utilizzandoli per tutta la sua carriera in F1. Keke Rosberg, tra i suoi amici nel paddock, disse di lui: “era un pilota raffinato, mentre noi eravamo tutti molto rozzi.”

Purtroppo, troppo spesso, il destino si rivela fin troppo cattivo privandoci sia della presenza che delle imprese di persone come Elio le quali, al di là del fattore sportivo, ha lasciato un vuoto incredibile all’interno delle vite di tutti coloro che han avuto il privilegio di conoscerlo; ma lo stesso destino non riuscirà mai a deletare il ricordo di qualcuno che, sigillando il tempo e la memoria dentro esso di un uomo e di un pilota meraviglioso, ha conquistato il gran premio più bello e più inestimabile dal punto di vista del valore.

Come disse in un servizio il grande Ezio Zermiani poco dopo la sua morte, ci congediamo con questo post in silenzio, non disturbandolo.

Elio sta sognando.

Ancora.