Meta Hrovat: il futuro dello sci alpino sloveno (E non), potrebbe essere adesso

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Quando pensiamo alle atlete emergenti nella nuova generazione femminile dello sci alpino, i primi nomi che vengono in rilievo sono quelli di Marta Bassino, Alice Robinson, e Nicol Delago considerando che, la stagione che ci siamo da poco lasciati alle spalle, ha sancito una prima loro consacrazione attraverso successi e primi traguardi stabilmente all’interno delle top 10 e 5.

Oltre queste, un nome che stuzzica e molto la fantasia di appassionati e addetti ai lavori alla voce “future certe promesse”, è indubbiamente quello di Meta Hrovat. Classe 1998 e nativa di Radenci, un piccolo centro in collina della Slovenia settentrionale, Meta negli ultimi tempi ha lavorato duramente per fare il salto di qualità e, recentemente, sta cominciando a raccogliere i primi gustosi frutti del suo alacre raccolto.

Atleta tecnica e allo stesso tempo notevolmente veloce, col tempo è stata in grado di affinare la sua classe cominciando a confermare le attese che sono sorte vedendola all’opera in ambito giovanile dove è riuscita a centrare la bellezza di ben tre titoli iridati juniores nella gara a squadre a Sočil/Roza Chutor 2016, in slalom speciale a Davos nel 2018, e nello slalom speciale nella nostra Val di Fassa lo scorso anno, oltre a 2 argenti in combinata ad Åre 2017, e nello stesso segmento di gara ma a Davos nel 2018.

Quando ti affacci al circuito maggiore con un simile biglietto di prestazione, è logico che le attese cominciano ad essere spasmodiche e notevoli considerando che la sensazione che sia abbia davanti una atleta dal futuro assolutamente brillante è davvero forte; quest’ultima parola è assolutamente corretta nel corredo di Meta Hrovat che nel 2017 brucia subito le tappe nel circuito continentale di Coppa Europa andandosi a prendere due successi entrambi in gigante ad Hajfell e ad Andalo nel mese di dicembre.

E’ nel 2018 che si vede la sua prima apparizione nel podio nel circuito intercontinentale maggiore dove sempre in slalom gigante a Lenzerheide arpiona l’ultimo gradino disponibile concludendo terza. L’anno dopo ai Mondiali di Åre 2019, suo esordio iridato, è stata 22ª nello slalom gigante e non ha completato lo slalom speciale; il 20 febbraio dello stesso anno si è aggiudicata la medaglia d’oro nello slalom speciale ai Mondiali juniores disputati sulle nevi della Val di Fassa: il secondo podio in Coppa del Mondo arriva lo scorso febbraio a Kranjska Gora sempre nel suo amato gigante a pari merito con Wendy Holdener.

Meta Hrovat è riuscita negli ultimi tempi davvero a migliorare tantissimo la sua tecnica di base e fisicamente ha fatto un lavoro notevole per alzare l’asticella e proiettarsi definitivamente nelle posizioni che contano nello sci alpino: la sensazione è davvero che si abbia davanti un’atleta davvero notevolmente importante, che ha tutte le carte in regola per raggiungere traguardi notevoli e dar battaglia all’interno di segmenti di gara dove atlete come Federica Brignone e Mikaela Shiffrin negli ultimi anni han fatto segnare pagine, e che pagine di storia, notevolissime.

Con l’addio di autentiche veterane come Haver-Loseth, Weirather, le sorelle Fanchini, Anna Veith, la nuova generazione di sciatrici può cominciare davvero a fare la voce grossa ed inserirsi nelle posizione di vertice accanto a dominatrici autentiche come quelle che si sono menzionate nel precedente capoverso.

Nel caso di Meta, davvero, il futuro potrebbe essere già adesso.

Anna Veith verso il ritiro dall’attività agonistica

Photocredits: Manfred Werner / Tsui

Il 14 aprile scorso avevamo scritto un articolo per tributare un pensiero circa il personaggio e l’atleta successivamente riferiti alla figura di Anna Veith, una delle sciatrici più importanti dell’ultimo decennio che ha fatto le fortune della nazionale austriaca sin da quando ha utilizzato il suo cognome da celibe, Fenninger, e che ha incantato il mondo, auspicando un proseguimento della sua attività agonistica.

Ecco però, contrariamente alle previsioni e alle sensazioni che si avevano, negli ultimi giorni è circolata la notizia diffusa dal Kronen Zeitung, quotidiano austriaco, che la splendida Anna annuncerà a breve di fatto il ritiro dalle competizioni ufficialmente allungando la pattuglia delle atlete che, al termine di questa stagione, han deciso di appendere al chiodo scarponi e sci.

La Veith, a soli 30 anni, è stata in grado di conquistare migliaia di appassionati attraverso una tecnica sopraffina ed è stata più forte di tanti infortuni che le han condizionato la carriera cercando di non arrendersi, tenendo fede allo pseudonimo di guerriera che le è stato attribuito in maniera non superficiale considerando la tenacia e la tempra mentale di rara fattura all’interno del mondo dello sport e non

L’atleta di Hallein, in breve tempo ed in età verde, ha conquistato la bellezza un oro olimpico, tre ori iridati, due Coppe del Mondo generali, due Coppa del Mondo di slalom gigante e due Coppe Europa, per un totale nel circuito intercontinentale di 15 trionfi in 46 apparizioni sul podio diventando in poco tempo una sorta di punto di riferimento all’interno dello sci alpino.

Ciò che ella è, è stata, e sempre sarà per lo sci alpino lo abbiamo già detto in tutte le salse e non ci stancheremmo mai di ripeterlo; auspicavamo che magari la stagione che verrà potesse essere l’ultima sinfonia di un primo violino all’interno del mondo dello sport di caratura preziosa, ma se così non sarà e probabilmente le cose andranno in quest’ultimo senso a quanto si dice, non potremo che possedere nel nostro cuore la bellezza delle sue imprese in eterno e la magnificenza di una persona che al proprio sport e alla propria nazione ha dato tanto con una classe unica e con uno spirito da Guinness dei primati.

La Valanga Azzurra degli anni 70: la pagina gloriosa dello Sport italiano al maschile

Tra le pagine più importanti dello Sport italiano, senza ombra di dubbio la Valanga Azzurra, nome affibbiato dalla stampa italiana in merito allo sci alpino nel 1974 dopo il gigante di Berchtesgaden dove, oltre la vittoria di Gros gli azzurri occuparono tutta la top 5, rappresenta una posizione di rilievo fondamentale dal punto di vista storico-agonistico; una fase sportiva fuori dal mondo in senso di magnificenza viste le imprese sportive costituitesi a partire dalla fine degli anni 60, rappresenta uno dei lustri più importanti per l’agonismo a tinte azzurre.

Una pagina gloriosa e per certi versi irripetibile nell’ambito dello sci alpino che ha caratterizzato più di una generazione plasmando fior fior di campioni attraverso le imprese sulla neve di atleti a dir poco leggendari che hanno fatto schizzare nell’orbita degli onori il tricolore nello sci.

La prima fase di questa valanga, ha fatto da apripista circa l’ingresso nell’elite mondiale dello sci alpino in via definitiva dopo un periodo di crisi coinciso con l’abbandono alle competizioni del grandissimo Zeno Colò: era il lontano 1966 quando Carlo Senoner riuscì a vincere l’oro in slalom speciale ai Campionati del Mondo, ma l’acuto vero e proprio che iniziò questo pazzesco ciclo vincente venne alla luce tre anni dopo, l’11 dicembre 1969 in una giornata storica quando Gustav Thöni prese il primo acuto in Val-d’Isère in gigante nel circuito intercontinentale della Coppa del Mondo.

Una gruppo incredibile che riuscì a centrare obiettivi su obiettivi in tutte le competizioni previste a livello sportivo: ai giochi Olimpici si contano 2 ori con Gustav Thöni in gigante a Sapporo 1972, e Pierino Gros in slalom a Innsbruck 1976, 2 argenti sempre con Thöni in slalom a Sapporo 1972 e a Innsbruck 1976 ed infine 2 bronzi con Roland Thöni in slalom a Sapporo 1972, ed Herbert Plank in discesa a Innsbruck 1976, per una rassegna a cinque cerchi a dir poco memorabile: in sede iridata la voce grossa è il leggendario Gustav a fare la voce grossa con ben quattro titoli mondiali
in combinata alpina nel 1972, in gigante e in slalom nel 1974, ed infine ancora n combinata nel 1976, il resto delle medaglie se le prese Piero Gros che fece segnare un bronzo e un argento rispettivamente nel 1974 e nel 1978.

Se di gloria occorre far menzione, il lustro più brillante Gustav Thöni e Piero Gros lo scolpirono per 5 volte di fila come il più prestigioso degli artisti, facendo segnare ben 5 Coppe del Mondo consecutive in anni pazzeschi che vanno dal 1971 al 1975 con il primo che ne vince quattro, e il secondo che piazza l’acuto nel 1974 spezzando la sequela di vittorie in fila di Thöni che poi rifarà un anno dopo; in ottica di specialità si registrano ben 4 Coppe di gigante (Gustav Thöni nel 1970, 1971 e 1972; Piero Gros nel 1974), e 2 Coppe di slalom (Gustav Thöni nel 1973 e 1974).

Chi vi scrive nutre una sana e genuina invidia nei confronti di tante altre persone che han potuto vivere uno dei periodi più gloriosi dello sport in generale e, in particolare, per l’Italia: parliamo di un totale di 166 podi con 48 gradini più alti del podio, 59 secondi posti, e 60 terzi nei fantastici anni che vanno dal 1969 al 1980 per una decade assolutamente dal sapore di leggenda scritta in questo modo dai seguenti artisti: 69 Gustav Thöni, 35 Piero Gros, 21 Herbert Plank, 7 Paolo De Chiesa, 5 Fausto Radici, 4 Helmuth Schmalzl, 4 Leonardo David, 3 Roland Thöni, 3 Marcello Varallo, 3 Stefano Anzi, 3 Franco Bieler, 2 Erwin Stricker, 2 Tino Pietrogiovanna, 2 Ilario Pegorari, 2 Bruno Nöckler, 1 Giuliano Besson, ed infine 1 Renato Antonioli.

Per le generazioni più verdi tuttavia ci sono oltre le immagini, i numeri, fattori fermi nella loro attività volta a testimoniare ciò che si effettua sul campo assieme alla storia indelebile incisa nella memoria dell’agonismo e non, numeri che rimembrano e rimembreranno a tutti noi, eternamente oltre il tempo, le imprese memorabili scolpite nei grandi tomi delle emozioni e dello sport da parte di questi uomini, il cui grazie non sarà mai sufficiente.

#Memories: Albertville, il primo acuto olimpico di Deborah Compagnoni

Parlare di Deborah Compagnoni oltre a essere un piacere, è anche un privilegio enorme perché si va a ritroso nel tempo menzionando una delle pagine più belle dello sci alpino olimpico, mondiale, e a tinte azzurre. Tra le tante vittorie ottenute in carriera, senza tirare in ballo un curriculum spaventoso dal punto di vista dei trionfi arpionati nel corso degli anni, sicuramente la vittoria dell’oro a cinque cerchi in super-g ai Giochi invernali di Albertville nel lontano 1992, ha un certo peso perché rappresenta il primo vero e proprio apripista per la fuoriclasse di Bormio che centra il primo vero acuto della sua vita sportiva arrivato dopo la prima vittoria in Coppa del Mondo a Morzine, sempre in Francia sempre in super-g sebbene, dopo qualche ora si passò dal paradiso all’inferno.

Una gara interpretata magistralmente dove Deborah pone un vero e proprio affresco sulle nevi transalpine non sbagliando praticamente nulla andando a sigillare con il metallo più prezioso una prestazione solidissima e autorevole che la spedisce direttamente nell’Olimpo dello sport bianco e che dà la consapevolezza allo sci azzurro di avere, dopo Alberto Tomba, un’altra freccia nella sua faretra in una fucina di campioni assolutamente di pregevolissima fattura.

Il giorno Deborah è alle prese con il gigante, ma dalla luce si passa al buio più totale in quanto, dopo 7 porte, il ginocchio destro cede e la stagione finisce in un urlo di dolore che sembra quasi cancellare la gloria del giorno prima, ma così non è. La positività dell’atleta è di un tenuta incredibile, e la splendida campionessa ancora ai suoi primi anni non perde di certo l’animo e festeggia ugualmente e saprà ripartire come poche atlete al mondo per rimettersi in carreggiata per disputare una corsa che la porterà, successivamente ad arpionare altri 2 titoli olimpici, 3 iridati, una Coppa del Mondo generale, e una di specialità in quel gigante che aveva provato a toglierle il sorriso.

#Memories: Alberto e il gigante iridato di Sierra Nevada nel 1996

“Alberto per vincere deve battere i migliori.”

Questo lunedì’ lo iniziamo parlando di una delle imprese sportive sulle nevi più importanti di tutti i tempi, ossia quando Alberto Tomba riuscì a sfatare il tabù iridato e sul bianco della Sierra Nevada andrò a prendersi il primo dei due ori iridati in quella rassegnata ai Campionati del Mondo datati 1996.

Quando era in vena di imprese memorabili, il nostro Albertone non deludeva mai le attese ed esattamente come una bomba di emozioni, andava sempre a squarciale il cielo del nostro animo riempiendolo d’oro, elemento di pregio e di gloria che spesso e volentieri ha costellato la sua incredibile carriera contrassegnandolo come uno dei più grandi sportivi dello sci di ogni epoca.

Alberto Tomba era in testa in sede di prima frazione su Kaelin con 65 centesimi di vantaggio, ma siccome nello sport e nello sci alpino in particolare, il pericolo è sempre dietro l’angolo, dopo pochi secondi dallo start al cancelletto di partenza in seconda manche “la bomba” si salva per il rotto della cuffia prendendo una spigolata che per un pelo non lo ha sdraiato, rimanendo in piedi da grande Campione con la C maiuscola e riprendendo la gara esattamente come pochi eletti avrebbero fatto gestendo una situazione sul filo del rasoio.

Il resto è un assolo di un atleta sensazionale che, nel momento più importante e parimenti più complicato, mette in risalto tutto il suo talento esattamente come farebbe un primo violino all’interno di un concerto d’opera in un’arena volta a tributargli tutta la gloria per un assolo mondiale. Resiste, continua, va veloce, vince. E il mondo cade ai suoi piedi tributandogli l’onore che merita, il primo in quella rassegna, tutto a tinte dorate.

Campione.

Michaela Dorfmeister: la regina d’Austria

In questo periodo di pausa viste le stagione concluse in ambito invernale, è sempre bello destreggiarsi nella scrittura menzionando atlete ed atleti che, inequivocabilmente nel corso del tempo e con il susseguirsi delle varie esperienze storico-reali che scorrono come le acque di un fiume nel corso dello stesso, hanno scritto pagine di storia indelebili nel grande cerchio dello sport: oggi è il turno di una splendida artista dello sci alpino, la cui sala dei trofei è abbondante, e che in questo scorrere si è guadagnata l’entrata nella sala delle migliori atlete di sempre: Michaela Dorfmeister.

Michaela Dorfmeister è stata per tutto il tempo in cui è rimasta ai vertici dello sci alpino, un’atleta semplicemente straordinaria. Ha segnato un’autentica decade di successi e tra le velociste è stata colei che riusciva ad interpretare i tracciati con un’autentica determinazione di rara fattura. Era davvero una tornado che sapeva vincere e far emozionare tutti gli appassionati: Michaela aveva quelle caratteristiche tipiche dei grandi campioni, ossia sapeva isolarsi dal resto del mondo e lasciar parlare sempre i fatti che, come nel suo caso, ponevano solide fondamenta su un talento posseduto già di suo in via assolutamente straordinaria.

La qualità della sua sciata era davvero da mozzare il fiato: rapida, veloce, precisa, e calcolatrice al millimetro delle curve e sempre attenta ai dettagli: un falco prestato alle piste da sci, che metteva nel mirino la preda del cronometro, e aggrediva i tracciati con una voglia sempre presente come se fosse la prima volta in cui si scendeva giù dal cancelletto di partenza.

E siccome il talento e la voglia di non mancano mai di brillare all’interno delle stelle dello sport, l’anno suo ritiro, il 2006, è stato quello che le ha dato le più grandi soddisfazioni.: già, perché proprio mentre ci si preparava ad appendere gli scarponi al chiodo, Michaela andò a vincere ben due titoli con i cinque cerchi nell’ambito delle strepitose vittorie in discesa libera e nel super-g nei nostri Giochi Olimpici del 2006 situati in quel di Torino 2006; e non solo, perché quelle due specialità a lei tanto care le valsero la conquista anche delle due sfere di cristallo di specialità. A dimostrazione della sua grandezza. A dimostrazione che si possa raggiungere l’apice anche verso la fine scrivendo un finale all’altezza della sua grandezza come un capolavoro cinematografico che, dopo i titoli di coda, riserva ancora quella gemma finale.

Una gemma che brilla, come la sua forza, e come sicuramente quello scaffale a casa sua dove risplendono esattamente come la classe che possedeva quando calzava gli scarponi e gli sci ai suoi piedi, una sequela di successi che portano i nominativi corrispondenti oltre agli indicati titoli olimpici anche due iridati sempre nelle stesse discipline nella discesa libera a Sankt Anton 2001 e nel supergigante a Sankt Moritz 2003 che le han regalato i titoli di Campionessa del Mondo, una Coppa del Mondo generale e cinque di specialità per un totale di 25 vittorie in ben 64 podi.

La Regina d’Austria, per un gran bel periodo di tempo, è stata lei. E il mondo si è inchinato più volte a renderle omaggio celebrando una delle atlete più veloci della storia.

Le sorelle Fanchini lasciano lo sci alpino

Decidere il momento in cui lasciare la propria passione che col tempo è diventata il proprio lavoro, per la vita di un atleta è sempre il passo più complicato; ma tutte le cose nel corso della nostra esistenza come iniziano poi finiscono, ma non deve esserci tristezza quando hai dato praticamente tutto mi hai reso felice e fieri milioni di appassionati; è il caso delle sorelle Elena e Nadia Fanchini che oggi hanno annunciato l’addio alle competizioni.

Esempio di garbo e di gentilezza, fattori che le hanno sempre contraddistinte all’unisono con forza e tecnica, le sorelle Elena e Nadia si sono sempre destreggiate come un vero e proprio esempio di determinazione e di mentalità vincente all’interno del circuito dello sci alpino, ambito intercontinentale che le han viste protagoniste da tanto tempo sino a farle diventare delle autentiche veterane del circo bianco.

Stimatissime dalle colleghe, Elena lascia con una medaglia d’argento ai Campionati del Mondo di Bormio, in casa, nel 2005 in discesa libera, disciplina che le ha regalato due sorrisi in Coppa del Mondo sempre nello stesso anno a Lake Louise, e a Cortina d’Ampezzo dieci anno dopo; Nadia invece vanta due medaglie iridate entrambe in discesa libera, una d’argento a Schladming nel 2013, e l’altra di bronzo in Val-d’Isère nel 2009, mentre in Coppa del Mondo due successi anche per lei rispettivamente in super-g e in discesa libera a Lake Louise nel 2008 e a La Thuile nel 2016, ultimo successo in casa Fanchini.

Le due atlete di Lovere mancheranno tantissimo il prossimo anno ai cancellati di partenza, con il loro sorriso e la loro positività, e per tutto ciò che hanno regalato a noi appassionati di sport invernali non possiamo che fargli i più grandi in bocca al lupo per il resto della loro vita in questa nuova pagina di storia che scriveranno per se stesse e per le loro famiglie.

We miss you, Marcel!!!

Hirscher

La stagione che si è conclusa purtroppo in anticipo un paio di settimane fa causa pandemia del Covid19, è stata a dir poco entusiasmante senza dubbio ma, parimenti, è stata la prima dopo tanti anni senza Marcel Hirscher ritiratosi da Campione in carica al termine di quella precedente, e ci è mancato. Pesantemente.

Quando sei stato artefice della stesura di pagine di storia incredibili che hanno travalicato il senso dello sci alpino confinando in discorsi agonistici generali, quando ti sei guadagnato col sudore del lavoro e con la dote di un talento unico al mondo la sedia accanto ai più grandi sportivi di sempre nella sala dei GOAT dei vari sport, quando dall’alto di due titoli olimpici (combinata e slalom gigante a Pyeongchang 2018), cinque titoli iridati individuali (slalom speciale a Schladming 2013, combinata a Vail/Beaver Creek 2015, slalom gigante e slalom speciale a Sankt Moritz 2017, slalom speciale a Åre 2019) e due a squadre (gara a squadre a Schladming 2013 e a Vail/Beaver Creek 2015), tre ori iridati juniores, otto Coppe del Mondo generali consecutive e dodici di specialità (sei di slalom gigante e sei di slalom speciale), e una Coppa Europa generale puoi essere considerato tranquillamente il più grande sciatore di sempre, è assolutamente scontato e palese che l’eredità sarebbe stata pesantissima per tutti e, da un punto di vista focalizzato sull’ottica personalistica, la sua presenza sulle nevi più importanti del mondo è mancata pesantemente.

L’attesa di vedere scendere il migliore in grado di scombinare e far fallire spesso e volentieri tutti i piani di velleità di fatto di vittoria ma, soprattutto, l’opportunità di ammirare ancora e ancora la classe di un ragazzo dal talento praticamente unico in grado di scalare rapidamente tutte le gerarchie dei più grandi, è stato il tema prevalente degli ultimi 8 anni prima di quest’ultima stagione che, comunque, è stata ricca di colpi di scena ma dove non c’è stato un vero e proprio padrone in grado di seguire, almeno un minimo, le sue orme in quanto al di là dei meriti e demeriti altrui, la parole d’ordine al maschile è stata la discontinuità.

Marcel Hirscher ha sempre garantito la continuità in fatto di risultati e di forma fisica, lavorando sempre al massimo per mantenere alta quell’asticella dove lui aveva fatto solcare il limite massimo della competitività esattamente come un’onda gigantesca durante una tempesta che si infrangeva sugli scogli di un’isola, soltanto che ad infrangersi nella realtà sono stati i sogni di batterlo della stragrande maggioranza dei suoi avversari, spesso portati a scuola dalla sua incredibile forza e dai risultati in sequenza ottenuti con la stessa fame di sempre, stagione dopo stagione, metro dopo metro, traguardo dopo traguardo.

Ha segnato un’intera generazione ed ha plasmato i libri di storia gara dopo gara andando a sconfinare oltre ogni orizzonte possibilmente anche solo immaginabile agli albori di una storia, la sua, ricca di glorie ed onori; atleti come lui non ne passano spesso e, se ha smesso, allora sicuramente sarà stato il momento più opportuno perché avrà sicuramente riconosciuto di essere arrivato all’istante in cui era giusto mettere la parola fine di un best seller che ha emozionato milioni di appassionati in tutto il mondo: Marcel ci manca sulle piste, e per un accanito lettore è sempre difficile distaccarsi da una storia che ha appassionato per tanti anni, ma bisogna anche essere pronti al finale, d’altronde come qualcuno disse al cinema qualche tempo fa, “la fine è parte del viaggio”, e occorre rassegnarsi anche al finale, quest’ultimo sempre difficile da azzeccare, ma griffato da King Marcel nel modo che lui ha sempre preferito quando era in attività, ossia da Campione. Da Fuoriclasse vero.

Ultimamente, prima dei vari lockdown, lo avevamo visto tramite i social alle prese con una serie di escursioni alpinistiche personali riassaggiando quel bianco che lo ha reso grande e al quale lui ha dato una magia unica che nessun altro aveva mai posseduto, ma chissà se un giorno deciderà di cambiare idea tornando alle vecchie passioni di un tempo distaccando quegli sci dai chiodi appesi oramai quasi un anno fa… Ma nel frattempo continuiamo a rendere onore al Mito che è ringraziandolo per le emozioni vissute che han portato noi a sognare, e lui e consacrarlo come miglior sciatore di ogni tempo.

Danke Marcel.

Anna Veith, la guerriera austriaca sempre in prima linea

Photocredits: Manfred Werner / Tsui

All’interno del mondo dello sport ci sono degli atleti i quali, al di là del tempo che passa, aldilà dei notevoli infortuni patiti, al di là di ogni cosa, rimangono sempre in prima linea per amore della propria passione e della professione che, col tempo, hanno modellato a loro immagine e somiglianza in ordine di grandezza per farla entrare nell’appendice più prestigiosa del libro dello sport mondiale, raccontandoci delle storie meravigliose.

La storia che ci menziona Anna Veith, è di quelle dolci e speciali, la storia di una atleta straordinaria che ha saputo resistere al massimo contro molte sfortune fisiche che le sono occorse nell’arco della sua carriera, e che ha sempre fatto emozionare tanti, forse tutti coloro che l’hanno sempre ammirata e vista all’opera in ogni start dai cancelletti che ci hanno sempre menzionato un po’ di tutti coloro che hanno intrapreso lo sci alpino; non importa se hai vinto praticamente tutto quasi quello che c’era da vincere, non importa se gli anni passano e magari lo smalto non è più quello di una volta, non importa se il tuo corpo è stato segnato da tanti infortuni, ciò che importa è che se hai la forza mentale che possiede questa ragazza qui, puoi andare sempre lontano e puoi coltivare prima nel cuore e poi nei tuoi muscoli, quelle certezze che ti sussurrano sempre che c’è ancora margine per sognare, per fermare il tempo, per scrivere la storia e, perché no, che il meglio magari debba ancora venire.

La splendida Anna è sempre rimasta fedele alla sua passione, dal momento soprattutto del suo approdo definitivo nel pianeta dell’elite internazionale dello sci alpino soprattutto in quei fantastici anni del 2014 e del 2015 quando ancora gareggiava col cognome da celibe, Fenninger, che l’hanno vista laurearsi campionessa Olimpica, iridata, e due volte in overall di Coppa del Mondo più relative specialità, degli anni magici che hanno messo in risalto la sua grandezza soprattutto nella sua polivalenza all’interno delle varie discipline e, soprattutto la sua enorme determinazione con una tecnica spaventosa degna delle più grandi altre del mondo in fatto di classe ed estetica nel gesto sportivo.

In queste ultime settimane abbiamo assistito alla ritiro di tante atlete anche piuttosto giovani dal punto di vista della carta d’identità, Anna Veith l’anno prossimo inveve sarà ancora lì, pronta a dare battaglia calandosi la sua visiera dall’alto del suo casco con il disegno a macchia di leopardo volta a determinare e ad evidenziare ancora una volta la guerriera che ancora è con la fame che ha sempre contraddistinto le atlete come lei, che non mollano mai, e che sono capaci non soltanto a griffare la storia ma di affrontarla ancora e ancora cercando di segnare il top sempre di più senza arrendersi mai e con la voglia di vincere: tante parole in un articolo che potevano essere racchiuse anche in poche e semplici in quanto, alle volte, per determinare qualcuno o qualcosa bastano un nome e un cognome e la storia si inchina togliendosi il cappello: Anna Veith.

Il mito femminile dello sci alpino: Annemarie Moser-Pröll

Quando pensiamo a campionesse contemporanee del calibro di Julia Mancuso, Lindsay vonn, Mikaela Shiffrin tanto per citarne tre tra l’altro tutte a stelle e strisce, cominciamo a incantarci al solo pensare delle imprese sportive che han posto in essere vista la magnificenza che han sempre messo nell’ambito delle loro prestazioni; andando però più indietro nel tempo, il punto di riferimento femminile per lo sci alpino è stata una sciatrice assolutamente formidabile che è a cavallo degli anni 70 che è riuscita a conquistare tutto quello che c’era da vincere scrivendo pagine indelebili nello sport invernale: parliamo naturalmente di Annemarie Moser-Pröll.

Questa atleta austriaca aveva una capacità di lettura nelle sue gare praticamente unica al mondo. La freddezza con la quale riusciva a trovare l’exploit nelle sue prestazioni lasciava senza fiato chiunque, tanto che l’appellativo di “Signora dello sci” glielo si venne ad attribuire senza alcun tipo di problema in pochissimo tempo dai suoi esordi.Annemarie fece parte di una generazione che in voce polivalenza ha sempre avuto una parte enorme nella specialità dello sci alpino: sebbene lei fosse agile in tutte le specialità, era proprio la discesa che la emozionava e riusciva a farle esaltare tutte le sue doti: scendeva giù con una cattiveria e una determinazione tale da mangiarsi ogni mm di neve che scorreva sotto i suoi sci, le 36 salite sul gradino più alto del podio in 62 podi sono state autentica sinfonia sportiva di “Beethoveniana” memoria: un missile battente bandiera austriaca che ha incantato l’intero globo, quel globo che fece sue molte volte sotto forma di cristallo dove poteva rispecchiare la soddisfazione presente nel profondo del suo intenso sguardo, dopo un’altra vittoria che andava a confermare la sua immensa grandezza.

Nella sua carriera colleziona anche il titolo olimpico in discesa libera ai Giochi di Lake Placid nel 1980, una soddisfazione enorme che andò a completare definitivamente una carriera strepitosa che già vantava ben quattro titoli ai Campionati del Mondo nella combinata a Sapporo 1972, nella discesa libera a Sankt Moritz 1974, nella discesa libera e nella combinata a Garmisch-Partenkirchen 1978, e una straordinaria sequenza nel circuito intercontinentale nel circo bianco con ben sei Coppe del Mondo generali e dieci di specialità, per una totalità 113 podi e 62 vittorie in Coppa del Mondo in tutte le specialità allora previste per lo sci alpino.

Laddove inizia una Leggenda, c’è sempre dietro un poster di emozioni che a chiunque ammiriamo oggi e che menzioniamo come Campione ha forgiato la sua voglia di emergere con le sue qualità: si chiama storia e passione, e Annemarie Moser-Pröll è una parte importante di questa tanto che può vantarsi di esser per sempre, uno dei pilastri più solidi della storia dello sport in generale.