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The Chosen One: LeBron James

“Non la forza, bensì la perseveranza di un alto sentimento fa gli uomini superiori.” (Nietzsche)

LeBron

Partiamo dalle certezze: è indiscutibile e l’atleta più forte attualmente presente sull’intera faccia della terra.

Mettiamogli il carico: è assolutamente talmente forte che sta cominciando a far vacillare oramai da un pò di anni mostri sacri del basket statunitense.

Concludiamo l’ambito iniziale: LeBron James è un qualcosa di unico tale da far emozionare qualunque cosa.

Non c’è franchigia d’appartenenza o vari colori a sostegno che tengano: veder giocare un giocatore del genere è un qualcosa che esula da ogni cosa; ti fa innamorare, e anche se per “qualche” ragione arrivi ad odiarlo ti prende una sorta di sindrome di Stoccolma che ti porta a sostenerlo al di là di tutto.

E’ dominante, non c’è una parte di lui che non vada a dominare in un parquet, e quando c’è qualche traccia di qualche passaggio è vuota è una notizia talmente grossa che merita l’edizione straordinaria in un qualsiasi network.

Dal punto di vista visivo è ammaliante perché ti dà non la sensazione bensì la certezza che se c’è un limite lui lo punta per attraversarlo prima e superarlo poi. E’ Ayrton Senna su un campo da basket. 

Ti punta, ti supera, ti ubriaca con velocità, e avvelena il risultato come un grosso serpente del deserto non lasciando scampo alle sue prede. Nella sua carriera è stato odiato e criticato, anche dalla sua gente quando arrivò ad andar via da Cleveland per andare a Miami; poi dopo aver vinto a South Beach è tornato a casa, dalla sua gente che lo ha accolto nuovamente come un figlio. Un figlio che ha dato riconoscenza a coloro che lo amano dandogli la possibilità di gioire portando per la prima volta due anni fa la vittoria in Ohio.

Cosa c’è di più puro in un gesto sportivo da lui realizzato? Probabilmente nulla. Un guerriero, un leader assoluto che prenderebbe per mano qualsiasi cosa realizzando ogni roba per cercare di portarla in vetta sino alla vittoria.

Il basket il suo lavoro, l’allenamento e la preparazione nei dettagli la sua religione: una religione che l’ha portato lontano e che sta continuando a farlo migliorare stupendo ogni giorno il mondo sul suo palcoscenico più grande, quello dell’NBA.

Quando si parla di questi campioni è difficile anche ricercare non solo le parole bensì ma anche le tematiche di discussione perché la quantità di episodi che collezionano nella loro personale carriera è talmente ampia che risulterebbe sia errato che banale riservarsi a solo pochi di essi.

Sono personaggi unici, enciclopedici, talmente segnanti epocalmente parlando che riusciranno le loro gesta a sopravvivere all’usura del tempo perché la storia è griffata con un inchiostro tra i più pesanti e tra i più indelebili che esistano: quello della vittoria e del lavoro di squadra attraverso la più personale delle interpretazioni collocabile nella voce della leggendarietà. 

Gurdate che ha fatto ieri, in gara 5 a Clevalend sullo scadere: prima uno stop su un canestro certo di Oladipo per i Pacers (Al limite probabilmente del fallo e forse anche oltre…) e poi, sull’azione successiva a meno di un secondo dalla fine, Green su rimessa serve lui che, con uno step-back da 3 infila il canestro e regala match e mezza qualificazione alle semi di Conference ai Cavaliers.

Quando pensi di averne viste già abbastanza dal più grande, ogni volta ti stupisci perché riesce a spostare ancor di più l’asticella del limite. Prima si è menzionato Ayrton Senna il quale, a Montecarlo nel 1988, realizzando probabilmente la pole position più bella di sempre, disse intervistato dai cronisti nel post qualifica: “avevo già la pole, ma continuavo a girare. Andavo, andavo, e improvvisamente ero circa 2 secondi più veloce di chiunque altro. Era come se stessi guidando solo d’istinto. Ero in un’altra dimensione, in una sorta di tunnel, ben oltre la mia comprensione e coscienza.”;

il tutto sembra essere abbastanza attuale e soprattutto applicabile in questo contesto: LeBron James sembra davvero non avere limiti, e può ancora scrivere discrete pagine di storia considerando l’amore che ha per questo sport e la passione che coltiva da quando era bambino. Lo stesso talento, la stessa voglia di mordere la vittoria.

D’altronde come disse “The GOAT” M.J., “i limiti come le paure sono spesso soltanto un’illusione”: quest’aforisma è storia e quest’ultima, si sta evolvendo parola per parole attraverso le gesta di un ragazzo privo di paura ma ricco di valori tecnici e non solo.

The Chosen One.

Il Prescelto.

Simply, LBJ.